I valori comuni di laici e cattolici

Francesco Cossiga

Invero, un perfetto fedele della Chiesa, da un nuovo Papa non dovrebbe aspettarsi nulla di quanto gli aggrada o egli crede utile alla comunità ecclesiale, ma soltanto accettare tutto quello che Egli dirà e farà, perché Iddio sa - nello scegliere il Suo Vicario in terra - cosa sia più utile in un dato momento storico alla Chiesa, alla comunità temporale e all'Uomo. Ma io invero, a differenza di molti altri, sono un cattolico peccatore, e perciò qualcosa mi aspetto dal papato di Benedetto XVI. Certo, mi aspetto che nello spirito del grande concilio pastorale, il Vaticano II - in continuità e coerenza con tutti gli altri Santi Concili Ecumenici, presieduti o confermati dal Vescovo di Roma, e non certo in quello «soffiare dello spirito del Diavolo» tra le mura della Chiesa denunciato dopo il Concilio da Papa Paolo VI ed in parte incarnato nel così detto «postconciliarismo» di teologi, ma anche di vescovi e presbiteri - si affermino i principi enunciati in uno spirito di grande libertà nell'Enciclica «Fides et ratio» di Papa Giovanni Paolo II, che si rafforzino i legami con le Chiese d'Oriente e con le comunità ecclesiali cristiane d'Occidente ed il dialogo preferenziale con la comunità dei nostri fratelli maggiori, l'Ebraismo ed anche con l'altra grande «religione del Libro»: l'Islam.
Mi aspetto, in questo spirito, la realizzazione di un più certa e vasta collegialità tra i Vescovi ed il Papa, il cui primato è garanzia di custodia della Verità nelle Sacre Scritture e nella Tradizione, d'unità tra i cristiani, di libertà della Chiesa. Ma mi aspetto inoltre di poter ascoltare anche nelle Chiese italiane, almeno qualche volta, la Santa Messa in latino o in greco o arabo liturgico, le antiche lingue della Chiesa, simbolo della sua universalità e unità. Mi aspetto di sentire alla Domenica, durante la celebrazione dell'Eucaristia, omelie in cui si parli meno di «no globalism», d'utopistico «pacifismo» e, in un misto d'ignoranza e presunzione, di altri temi di pseudosociologia, di pseudopolitica e di pseudo economia. Ma che, nello spirito autentico del Concilio Vaticano II, vengano annunziati e confermati: le leggi di Noè, fondamento dell'universale unità morale e religiosa dell'umanità; i Dieci Comandamenti come dati da Jahvè a Mosè nel roveto ardente secondo il Vecchio Testamento e confermati, nello spirito e nella supremazia del nuovo comandamento della carità, nel Nuovo Testamento; il Credo o Simbolo degli Apostoli; i due Misteri principali; i Sette Sacramenti, compresa la Confessione; le Tre Virtù Teologali; i Sette Doni dello Spirito Santo; le Quattro Virtù Cardinali; i Quattro Novissimi: Morte, Giudizio, Inferno e Paradiso; i due Comandamenti della Carità; le Beatitudini - che nulla hanno a che vedere con la «giustizia sociale» della teologia della liberazione, del marxismo, del paramarxismo e del «prodismo ulivista» -; i Cinque precetti della Chiesa; le Sette Opere di Misericordia Corporale e le Sette Opere di Misericodia Temporale, la libertà di una coscienza informata e formata secondo l'insegnamento della Chiesa e della retta ragione nella obbedienza alla Chiesa, Vescovo di Roma e vescovi in comunione con lui.
Queste cose mi sono venute drammaticamente alla mente a leggere il manifesto contro l'astensione nel referendum firmato da quattro «pretonzoli», tra cui il cappellano genovese dei noglobal, e pseudobiblisti, da qualche «cattolico adulto» alla Romano Prodi. Certo, grande responsabilità ha questo leader dell'Unione, anche perché egli si propose in passato come il «nuovo ed autentico leader cattolico moderno» della vita politica italiana e come tale fu sostenuto e lo è ancora da molti cardinali e vescovi, ordini religiosi e movimenti cattolici italiani: dalla Fuci alle Acli, da Pax Cristiana all'Asci. Diverso l'esempio dato da un politico e filosofo laico che crede nei valori, Marcello Pera, e da un giornalista laico, nato in una grande e onesta famiglia di tradizione bolscevica, Giuliano Ferrara, che hanno testimoniato esservi valori naturali comuni a laici e cattolici. Ma di fronte a questi «pretonzoli» e pseudo «cattolici adulti» che minacciano la laicità del cattolicesimo italiano, non sarà il caso di apportare all'ordinamento canonico qualche modifica che permetta a «pretonzoli» e «cattolici adulti» che lo vogliano di separare pacificamente se stessi e la loro «missione progressista» da quella ufficiale ed autentica della Chiesa? O non sarebbe forse il caso di «rinverdire» qualche antica pratica repressiva della Congregazione del Clero o anche della Congregazione della Dottrina della Fede? Ne guadagnerebbe lo stesso sereno e trasparente necessario dialogo tra laici e cattolici, che non può esser affidato a pasticcioni «cattolici adulti», laici, religiosi, presbiteri e qualche vescovo o cardinale compreso.