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Innovazione

Scoperta una molecola nell’intestino che può aumentare il rischio di Alzheimer

Un composto prodotto dai batteri intestinali è in grado di accelerare il declino cognitivo nelle persone con demenza

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Gli scienziati dell’Università del Wisconsin-Madison hanno scoperto che una molecola prodotta dai batteri intestinali, l’imidazolo propionato (ImP) può aumentare il rischio di Alzheimer e accelerare il declino cognitivo nei soggetti affetti da demenza.

Il morbo di Alzheimer è una patologia neurodegenerativa caratterizzata dalla progressiva e irreversibile perdita delle funzioni cognitive. Nella maggior parte dei casi colpisce soggetti over 65; diversamente si parla di disturbo neurocognitivo maggiore.

Lo studio, guidato da Barbara Bendlin e Federico Rey, professori presso la Facoltà di Medicina e Sanità Pubblica dell’Università di Washington, è stato pubblicato sulla rivista “Nature Communications”.

Una molecola intestinale particolare

Quasi dieci anni fa il team di Bendlin e Rey scoprì che la combinazione di microrganismi che vivono nell’intestino differisce tra persone con Alzheimer e individui sani. Da allora si sta cercando di capire come tale differenza possa portare a cambiamenti nel cervello.

Nella nuova indagine i ricercatori hanno focalizzato l’attenzione sull’imidazolo propionato (ImP). Dai risultati è emerso che l’ImP è in grado di determinare variazioni cerebrali coinvolte nel morbo di Alzheimer e in altre forme di demenza.

La produzione di imidazolo propionato è notevolmente diversa da persona a persona, tuttavia la scienza negli anni ha compreso che un microrganismo non deve essere abbondante per avere un impatto sull’ospite.

Una volta prodotto nell’intestino, l’ImP può entrare in circolazione e raggiungere altre parti del corpo, incluso il cervello. Infatti è stato dimostrato che esso nell’encefalo dei topi favorisce l’accumulo di proteine beta amiloide e tau.

Un declino cognitivo più rapido

Gli scienziati hanno poi esaminato campioni di sangue di quasi 1.200 individui iscritti al Wisconsin Registry for Alzheimer’s Prevention e a studi condotti dal Wisconsin Alzheimer’s Disease Research Center.

Nei partecipanti con concentrazioni ematiche più elevate di ImP sono stati registrati maggiori marcatori biologici associati a proteine anomale e a una funzione neuronale compromessa nella demenza.

Poiché i volontari avevano altresì completato nel tempo test cognitivi, il team è riuscito a confrontare i livelli di ImP con i cambiamenti nel pensiero e nella memoria, giungendo alla conclusione che le persone con maggiore quantità di ImP sperimentavano un declino cognitivo più rapido.

Gli studiosi hanno anche scoperto una variazione genetica (presente nel 43% dei soggetti coinvolti nell’indagine) associata a livelli sostanzialmente più alti di imidazolo propionato nel flusso sanguigno.

Il sospetto è che la differenza genetica possa influenzare l’efficacia con cui i reni rimuovono l’ImP dal sangue e che l’escrezione, a sua volta, possa avere un impatto sulla quantità del composto che rimane in circolazione.

Un potenziale nuovo obiettivo per la prevenzione

Una delle possibilità più interessanti sollevate dallo studio è che l’imidazolo propionato diventi un bersaglio per prevenire l’Alzheimer e la demenza, tuttavia ridurlo solo con la dieta potrebbe non essere semplice.

I batteri intestinali lo producono generando energia dall’istidina, un amminoacido essenziale per la salute e presente in numerosi alimenti, soprattutto in quelli ricchi di proteine. Invece di eliminare l’istidina dalla dieta, i ricercatori puntano a trattamenti che riducano specificamente i livelli di ImP nel sangue.

Conclude Bendlin: «Il nostro obiettivo è quello di trovare un inibitore in grado di ridurre la quantità di ImP nel flusso sanguigno. In questo modo si potrà ridurre il rischio di Alzheimer e la velocità del declino cognitivo per un numero significativo di persone. Sono ora necessari ulteriori approfondimenti».

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