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Albanese parla alla Tv russa e accusa i governi occidentali

Dopo la richiesta di disarmo dell’Ucraina, la relatrice Onu ha rilasciato un’intervista alla tv di regime, ripresa anche dall’ambasciata cubana in Iran. È l’ennesimo exploit della leader pro Pal, che sogna una “lotta globale” contro il sistema

Albanese RT

Un’intervista alla tv di regime russa, rilanciata con entusiasmo anche dall’ambasciata cubana in Iran. Non è l’incipit di una barzelletta ma l’ultimo exploit comunicativo di Francesca Albanese, l’italiana che – per quanto contestata, sanzionata e tentata dalla candidature – resta pur sempre un’incaricata Onu: relatrice sui territori palestinesi, definiti “occupati”.

La situazione è grave ma non è seria nella sinistra italiana, e tanto per aumentare il livello di confusione, la paladina dei pro Pal ha deciso di parlare ai microfoni di “Rt”, già “Russia today”, emittente controllata direttamente dalle autorità di Stato moscovite, e messa al bando dall’Europa.

L’intervista, ripresa anche da canali come “Russia direct” risale a qualche giorno fa ma ieri è rimbalzata anche in Italia – senza alcuna smentita o precisazione della diretta interessata - facendosi notare anche negli ambienti delle Nazioni unite, dove le sparate della Albanese sono ormai mal sopportate (pare che perfino il segretario abbia definito “fuori controllo” i relatori speciali). “L’intervista è stata rilanciata in pillole ad uso della propaganda del regime di Putin - soprattutto per dipingere i paesi occidentali e europei come violenti e repressivi” ha scritto Sofia Ventura, politologa dell’Università di Bologna, pubblicando un “esempio” di queste pillole: una dichiarazione in cui Albanese parla di misure repressive adottate dai “governi di quasi tutto il mondo occidentale” per rispondere alle “proteste pacifiche contro il genocidio”. “È difficile pensare che Albanese sia così ingenua da ritenere che intervista a RT non rientri nel sistema propagandistico russo nella sua guerra contro l’Europa – ha notato Ventura - Albanese lo sa e Albanese ha scelto. Le sue dichiarazioni contro la fornitura di armi all’Ucraina risultano così pienamente coerenti.

Non sfugge a nessuno, infatti, la coincidenza con le recenti esternazioni che la controversa incaricata “rapporteur” ha deciso di diffondere in uno dei molti appuntamenti che l’hanno vista come protagonista, il Festival di Open, dove ha assertivamente spiegato di essere “d’accordo con quelli che pensano che bisogna smettere di inviare armi all’Ucraina e riportare la discussione all’interno dello spazio politico”. Nello scorso fine settimana, inoltre, Albanese è stata ospite di “Nova”, l’evento dei 5 Stelle – con cui potrebbe candidarsi - e lì ha nuovamente esortato alla rottura dei rapporti con Israele.

Accecante il doppio standard: quando si è trattato del piano di Trump per disarmare Hamas e Gaza, nel dicembre 2025, Albanese contestava: «Perché il territorio palestinese occupato dovrebbe essere demilitarizzato mentre non viene imposta alcuna condizione all’occupante illegale?». La smilitarizzazione della Striscia in mano ad Hamas, dunque, per la relatrice dovrebbe essere condizionata, quella dell’Ucraina invece unilaterale, senza condizioni in capo alla Russia. Ma Albanese biasima anche il riarmo e la difesa dell’Europa.

Disarmare l’Ucraina, disarmare l’Europa, disarmare, isolare e sanzionare Israele. Si occupa di tutto, ma quando le autocrazie aggrediscono, o invadono, o reprimono (il caso dell’Iran, o del Venezuela di Maduro, o della stessa Russia) la sacerdotessa del (presunto) diritto internazionale puntualmente è distratta, o si giustifica col perimetro del suo mandato. A gennaio, dopo giorni interi, incalzata sulla repressione degli ayatollah, tentò di spiegare così il suo fragoroso silenzio sulla brutalità dei pasdaran. “Sono la relatrice Onu sul territorio palestinese occupato. Mi dedico con rigore al mandato Onu conferitomi”. “Con rigore”, ebbe la sfrontatezza di dire. Poi nei giorni dell’intervento militare Usa, firmò 21 post in una settimana.

Parlando con Rt, Albanese ha anche manifestato solidarietà nei confronti del popolo cubano, parlando dell’embargo come “brutale” “segno rivelatore di un sistema che usa il pugno la forza e strangola intere popolazioni per raggiungere obiettivi politici che sembrano quasi essere obiettivi di principio: ti schiaccio perché sei un avversario dal punto di vista ideologico”.

Il nemico non è la guerra ma “il sistema”. Sogna “una lotta globale”, una “resistenza” contro “questo ultracapitalismo sfrenato”, “una tempesta chiamata giustizia”. Ragiona e parla, insomma, come una leader antagonista e - appunto - anti-sistema. Lavora non per la pace ma per la resa dell’Occidente, che accusa di ogni male, e si volta dall’altra parte per non vedere quello che combinano i suoi nemici. È la sua rivoluzione, di stanza all’Onu.

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