Da anarchici a borghesi Che fine triste per i punk

Nato negli anni '70 come forma estrema di contestazione giovanile, oggi sopravvive nelle passerelle dell'alta moda e come pretesto di mostre chic

Da anarchici a borghesi Che fine triste per i punk

L'estetica del Brutto sbarca al Metropolitan Museum of Art di New York e sino al prossimo agosto un centinaio abbondante di foto e di abiti si accompagneranno a video e musica per raccontare, lungo le sette sale adibite per l'occasione, l'età del punk, il «no future» made in Great Britain alla fine degli anni Settanta e quarant'anni dopo divenuto un presente da museo. «Soprattutto, non lasciare che ti prendano da vivo» aveva cantato all'epoca Sid Vicious, volto carismatico dei Sex Pistols, morto a ventuno anni per overdose. Non aveva previsto che da morto lo avrebbero imbalsamato comunque.
Lo scorso anno, sempre al Metropolitan, la mostra Schiaparelli and Prada, Impossible Conversations aveva raccolto poco più di 300mila visitatori e questa è una delle ragioni perché, invece di avventurarsi in «conversazioni impossibili» fra stilisti di epoche e sensibilità diverse, si sia scelta una strada, come dire, più di massa, a dispetto del ribellismo che la tenne a battesimo. Movimento giovanile e moda spontanea, il punk soppiantò gli eskimo, gli zoccoli e le gonne a fiori, con le borchie, le catene, le calze bucate, le spille e gli anfibi. Come bruttezza erano interscambiabili, ma la nuova moda, che privilegiava il nero e le fibre sintetiche, vinile, skai, plastica, aveva il brutto come essenza, laddove quella precedente aveva dalla sua soltanto il cattivo gusto.
Non è un caso che fossero i gruppi musicali a incarnare il punk al meglio, i Sex Pistols, appunto, i Clash, i Ramones: capelli colorati, teste pettinate con la cresta, corpi smagriti dalle droghe, i suoi membri e i suoi consumatori rappresentavano la perfetta iconografia della ribellione di cui il sistema si faceva garante e in qualche modo protettore, una sorta di camera di compensazione del rifiuto giovanile, l'illusione di essere alternativi in un mondo che li aveva già catalogati e integrati.
Il punto di partenza modaiolo fu invece un negozio londinese di King's Road: Sex era il suo nome e poi, via via, Seditionaries, Too Fast to Live… Lo avevano aperto Vivienne Westwood e Melcom Mc Laren. Ancora oggi la prima non ha cambiato di stile, solo di prezzi, divenuti di alta sartoria. Il secondo, un genio del marketing, è morto due anni fa, ma la vedova ha già preso le distanze dall'iniziativa, come del resto ha fatto Legs McNeil, direttore della rivista Punk, dalle pagine del New York Times: «I ricchi provano sempre a cooptare tutto quello che non possono possedere. Catturano l'anima e la anestetizzano, la rendono noiosa. Cosa hanno a che fare tutti questi stilisti con noi? Non ne capisco il senso». In effetti, certe camicie e magliette, gonne e pantaloni, più o meno tagliate, tatuate e impresse, e relative spille, spilloni e spillette, sono state adottate nel tempo da stilisti come Galliano, Lagerfeld, Versace, Moschino, per non parlare di tutta la paccottiglia funereo-cimiteriale, croci, teschi eccetera, finita direttamente nella post-avanguardia artistica di fine secolo.
Secondo il curatore Andrew Bolton, una delle chiavi di Punk: «Chaos to Couture» (questo il titolo della mostra) consisterebbe proprio nell'originalità e individualità assolute, tipiche dell'esperienza punk, la sua carica democratica di ribellione e di aggressività, contrapposte all'autocrazia della moda, sempre e comunque in grado di appropriarsi di qualsiasi fenomeno e, così, reinventarlo. Ma è anche vero, come sostengono alcuni teorici del punk, che è il suo nichilismo di fondo, la sua forza dissacrante, ad aver creato le premesse per l'abbattimento delle tradizionali barriere fra cultura alta e bassa. In fondo, dicono, è il punk ad aver «corrotto» la moda più di quanto la moda abbia «corrotto» il punk…
In realtà, non è la prima volta che questo fenomeno viene museizzato. Sei anni fa, nello stesso luogo, avvenne la stessa cosa, sia pure mettendo al centro dell'esposizione non un'estetica, ma, come dire, un'attitudine: Anglomania: Tradition and Transgression in British Fashion era il titolo, ovvero il passaggio finale dai «giovani arrabbiati» dei Cinquanta e la Beat Generation dei Sessanta, ai brutti sporchi e cattivi dei Settanta…
Squatter, no global, disoccupazione giovanile: c'è chi lega gli odierni fenomeni di disagio all'anarchismo protestatorio, ma non politico di quella stagione proletario-borghese che a New York ebbe il suo epicentro nel CBGB di Browery e a Londra nelle cantine e nelle strade dell'East End. In realtà, i legami sono esili e superficiali: è cambiato il paesaggio urbano, i suoi abitanti, i modelli e le aspettative di vita, il ruolo e il peso stesso della musica come elemento aggregante. Per molti versi, nemmeno la nostalgia è più quella di un tempo...

Tra i gruppi che hanno segnato il movimento ci sono The Stooges, Ramones, Sex Pistols, Dead Boys, The Damned e Clash



di Stenio Solinas


Punk è un termine inglese (scarsa qualità) nato per identificare una subcultura giovanile emersa nel Regno Unito e negli Usa a metà degli anni '70

Il loro look era composto da vestiti strappati, capelli corti, e spesso colorati, indumenti sadomaso-fetish, catene, borchie e spille da balia

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