Che la Lombardia e il Veneto volessero l’autonomia regionale, era già stato detto chiaro nei due referendum: con, rispettivamente, il 95,2 per cento e addirittura il 98,1 dei voti. Si dirà che erano solo consultivi: come da Costituzione, del resto. Ma forse, proprio perché esprimevano chiaramente la volontà dei cittadini, fra l’altro andati a votare in numero considerevole, erano da prendere in gran considerazione. E, invece, no; altro che popolo sovrano. Perché il problema è che parliamo dell’ottobre 2017 e nove anni per prendere in considerazione i desideri degli elettori, sono troppi. Comunque la si pensi. Anche perché lombardi e veneti (che a solo leggerlo un po’ veloce fa una certa impressione), non parlavano di secessione delle regioni più ricche come da stolta propaganda di sinistra, ma di un’ottimizzazione della distribuzione non delle risorse, perché quelle continueranno ad andare copiose al Sud, ma delle responsabilità. Ecco, è proprio «responsabilità» la parola che fa paura a troppa classe dirigente, abituata a spendere o perfino a non saper spendere come spesso succede, senza dover rendere conto a nessuno. Una piaga che oggi flagella troppa parte d’Italia e una palla al piede per l’altra che non chiede più soldi, ma solo di poter spendere con autonoma responsabilità, gli stessi soldi che oggi arrivano. «Siamo soddisfatti per questo passaggio, ora la parola passa finalmente al Parlamento che dovrà ultimare l’iter legislativo come previsto entro la fine della legislatura», ha esultato ieri il governatore lombardo Attilio Fontana dopo l’approvazione in Consiglio dei ministri del Ddl autonomia. Questo, aggiunge, «non è un punto di arrivo, ma di partenza». Evidentemente fiducioso che il prossimo governo dimostri «responsabilità».
