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Beppe sogna da Vannacci della sinistra contro gli “impuri”

Le sue visioni estreme in contrapposizione ai successori sedotti dal Palazzo

Foto Gian Mattia D'Alberto / LaPresse 12 Novembre 2023 - Milano Italia - spettacolo Che tempo che fa Nella foto: Beppe Grillo 2023 November 12 - Milan Italy - entertainment Che tempo che fa , tv show In the picture: Beppe Grillo

Resterebbero degli insetti (ortotteri) come le cavallette: ma un Beppe Grillo che si ripresentasse con un nuovo movimento rischierebbe di diventare il Vannacci della sinistra, un guastatore che si richiamerebbe alla purezza originaria rispetto a cicale pentastellate sedotte dai palazzi e persino - sostengono - dall’aver governato. Con una differenza: mentre ogni paragone tra Vannacci e Meloni sa di forzatura (programmi divergono praticamente in tutto) Grillo è l’originale sul serio: non ha ereditato niente, è il Fondatore, è il visionario doc di un movimento che Giuseppe Conte ha trasformato in partito di lotta e di pochette.

Basta ripartire dai programmi, basta riaprire il «Non Statuto» del 2009 dove il Movimento era una «non Associazione» che aveva sede in un blog e giurava di non essere un partito né di volerlo diventare. Niente dirigenti: solo la rete. La democrazia non avrebbe più avuto padroni, a parte uno. Il programma era una festa: esame di Costituzione per ogni eletto, leggi online tre mesi prima del voto, manovra economica di dicembre da approvare in primavera, e ancora: referendum senza quorum, Province abolite, via l’Ordine dei giornalisti e i soldi all’editoria, una sola rete Rai senza pubblicità. Lo Stato avrebbe poi ricomprato da Telecom la dorsale telefonica, sarebbero spariti la legge Biagi, le stock option e i monopoli «di fatto», basta anche con nuovi parcheggi e sì all’abolizione dei libri scolastici di carta. Per gli amministratori responsabili oggettivamente di morti: reato di strage. Insomma un messianesimo digitale, ingenuo, spesso delirante, perlomeno riconoscibile e intelligente come i loro utenti social. Grillo voleva sostituire il sistema, non mettersi in coda per le primarie.

Giuseppe Conte ha fatto il giro inverso. Il Non Statuto di sette articoli è diventato uno di 43 pagine (presidente, consiglio nazionale, comitati, probiviri, tesoriere, controllori, scuola di formazione) e il programma in eterno progress offre un’ordinaria sinistra assistenziale: salario minimo, reddito universale, orario ridotto a paga invariata, scala mobile, patrimoniale, in generale più Stato. Rovesciamenti, insomma, letterali. Grillo aboliva i contributi all’editoria, Conte vuole «ripensarli». Le Province dovevano sparire, ora vanno riordinate. Il pacifismo originario rifiutava le armi, voleva chiudere le basi Usa e ridiscutere la Nato; il governo Conte in teoria pensava la stessa cosa, ma ha confermato l’Alleanza, proseguito con gli F-35 e presieduto un aumento della spesa militare superiore al 6 per cento. Senza contare che le cicale di Conte votarono l’invio di armi all’Ucraina. Quindi Conte, visionario come un non vedente, ha trasformato il No Tav in «Si farà», il No Tap nel gasdotto inevitabile, il rifiuto di alleanze con Lega e Pd in alleanze con Lega e Pd. Grillo voleva aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno, Conte ha nominato un comitato per studiarne un’effrazione controllata. Anche aprendola, la scatoletta, ecco che cosa c’è dentro: lui.

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