I prezzi dell’energia minacciano il Pil. Non tanto quello di quest’anno, atteso comunque nell’intorno del +1%. Ma quello del 2027, perché la capacità di resistenza agli choc geopolitici che famiglie e imprese hanno finora dimostrato di avere non saranno illimitate. Secondo le ultime stime dell’ufficio studi di Confcommercio, con il Brent a 140 dollari al barile, nel 2027 l’inflazione aumenterebbe di un altro 0,7% (arrivando al 3,7%) e si perderebbe mezzo punto di consumi, 250 euro per famiglia, pari a tre decimi di Pil. E si tornerebbe alla crescita zero virgola. Per le sole imprese del terziario, il secondo trimestre ha avuto un costo aggiuntivo di un miliardo. Così che il presidente di Confcom Carlo Sangalli torna a chiedere «interventi strutturali, a partire da incentivi fiscali per l’efficienza energetica e da un ulteriore intervento sugli oneri di sistema».
Per comprendere quanto è forte l’impatto di questa crisi ci sono i numeri impietosi dell’analisi condotta da Confcom e Cer. In questo mese di settembre, i prezzi all’importazione dei beni energetici sono più che raddoppiati rispetto a un anno fa: +109,5%. Mentre sul mercato europeo TTF, il prezzo del gas vale il 161,2% in più. Infine il petrolio, più caro del 62,6%. Questi andamenti di mercato si trasferiscono sui prezzi dei beni energetici perché alle quotazioni del gas è legato il prezzo all’ingrosso dell’elettricità (cosiddetto Pun) che, rispetto alla media del 2025, è oggi più alto del 73,3%, mentre rispetto ai livelli pre Covid del 2019 tocca addirittura il +271%. Ed è a questo punto che per l’Italia il quadro diventa più fosco. Se da un lato i prezzi del gas riflettono la crisi internazionale, dall’altro gli aumenti delle bollette italiane sono i più elevati. Confcom e Cer ricordano che il differenziale di costo del singolo megawattora (MWh) è passato da +7,6 euro sulla Spagna e +15,9 sulla Germania nel 2019, a una forbice che nel 2025 è stata di +32,1 euro (Germania) e +58,6 (Spagna). Per peggiorare ancora in questi mesi: nel settembre 2026 per un Mwh (che costa circa 220 euro) in Italia si spendono 69 euro in più della Francia, 67 della Spagna, 65 della Germania. Il motivo? Semplice: la maggiore dipendenza dal gas nella generazione di energia.
Eco il tema di fondo: c’è un nuovo spread, quello energetico, che pesa su crescita, competitività, consumi e inflazione e che però questo governo non può controllare. Non lo ha causato e nemmeno lo può contenere. Si tratta di un problema strutturale, ereditato da decine di anni in cui è sempre prevalsa la politica del no. No
al nucleare, prima di tutto; ma anche a molti progetti di energia rinnovabile per questioni ambientali; oltre ai no a quelle soluzioni ponte che, se adottate nel corso degli anni, avrebbero potuto rendere meno drammatica l’attuale situazione: si pensi alle battaglie contro i rigassificatori e le trivelle. Il risultato è nero su bianco nell’analisi Confcom-Cer: nel 2025 l’elettricità italiana è stata prodotta sulla base di impianti a gas per una quota di quasi il 44%, contro il 18,2% spagnolo, il 17,6% tedesco e il misero 3,2% francese. Mentre le rinnovabili in Italia arrivano al 50%, ma in Spagna sono già al 57% e in Germania il 56%. E chiaro che, con questo assetto produttivo, ogni movimento sul mercato del TTF si scarica sul prezzo italiano con un moltiplicatore enorme, ampliando lo spread. Il quadro è completato dal contesto fiscale: un terzo dell’aumento del prezzo finale è riconducibile a oneri e imposte che anche in questo caso storicamente appesantiscono la bolletta. Oneri che, beffardamente, continuano in parte a derivare dai costi della rinuncia al nucleare.
