«Si nasce incendiari e si finisce pompieri», scrisse Pitigrilli nel secolo scorso. Sempre attuale. Forti di questo assunto, qualche giorno fa, ascoltando le frasi dinamitarde di Virginia Libero, segretaria nazionale dei Giovani Democratici, non ci siamo scomposti più di tanto, ma ci siamo chiesti se tra le nuove leve del partito di Elly Schlein siano tutti su quella stessa linea così radicale ed estrema. Così contraddittoria rispetto alle posizioni ufficiali del Nazareno. Riavvolgiamo il nastro: domenica 13 settembre, festa dell’Unità di Reggio Emilia al Campovolo, la Woodstock di Ligabue, che pure lui, da giovane, ha avuto qualcosa a che fare con il Pci. Tutto torna e tutto si tiene qui, nel cuore dell’Emilia rossa e partigiana. La Libero prende la parola e infiamma una platea già accaldata: «Se queste destre ci porteranno a un vero conflitto, alle armi andateci voi. Perché noi organizzeremo i disertori». Subito: pubblico in visibilio, braccia alzate verso il cielo, «finalmente qualcuno dice quello che pensiamo». Il giorno dopo: il Pd si spacca (quando mai non si spacca?), i riformisti si lamentano, «che c... dicono questi giovani?». Eh, appunto.
Ma cosa dicono i giovani democratici? Lo siamo andati a vedere. A partire da lei, Virginia Libero, 28 anni, padovana, eletta segretaria dei Gd all’unanimità a novembre del 2025 in congresso blindato, verrebbe da dire bulgaro. Pacifista, anti-riarmo, anti-Israele, anti-trumpiana e anti-americana. Insomma: anti-tutto e pro non si sa bene cosa, sicuramente pro Pal. Unico grande collante dei giovani di sinistra. Su Instagram raccoglie oltre 23mila follower (in aumento, con una ospitata dalla Gruber ne ha guadagnati 2.300 in un colpo solo) e, tra un post e una storia, si compone il puzzle del suo programma politico: pace a tutti i costi anche contro i tiranni (non esattamente la ragione sociale dei partigiani...), bandiere della Palestina, selfie abbracciata a Francesca Albanese, tanta Flotilla, tax the rich e tutto l’arsenale di luoghi comuni da giovane post(?)comunista. Colonna sonora: Fischia il vento dei Modena City Ramblers.
Sulla stessa lunghezza d’onda Marco Rocco De Luca, dirigente nazionale dei giovani dem, che è ancora più schietto: «Noi siamo i nipoti della storia del comunismo italiano, dobbiamo liberarci dal giogo imperialista di Trump, dalla retorica sionista, dalle sirene del capitalismo e del liberismo». Puro antiquariato da mercatino delle pulci dell’oblast di Ul’janovsk, città natale di Lenin. Così, su due piedi, questi Gd non sembrano né giovani né molto democratici. Ma c’è di più: Libero e De Luca sono in ottima compagnia. Altro esempio. A novembre del 2025 Emanuele Fiano va a Bergamo per partecipare a un incontro promosso dall’associazione Italia-Israele. Ad accoglierlo in città un gruppo di contestatori pro Pal e di Gd, cioè di esponenti del suo stesso partito. Praticamente la mimesi di una piccola guerra (in)civile. È l’immagine più nitida di due anime che non possono convivere più nello stesso condominio. «La nostra posizione è netta: la sinistra non può dialogare con sionisti moderati», spiegava Lorenzo Lazzaris, segretario provinciale Gd, scatenando le ire dell’anima moderata del partito, a partire da Giorgio Gori. Lo scontro bergamasco non è un accidente, bensì un’eruzione cutanea di un problema molto diffuso che si muove sotto la pelle del movimento giovanile. E, derubricare tutto al solito scontro generazionale è un errore di prospettiva. Quella tra i giovani e i vecchi dem è una frattura politica nella quale i primi puntano sul passato e i secondi si arrabattano in un presente confuso e in crisi d’identità. Sempre tra i Gd di Bergamo, pochi mesi dopo, nel febbraio del 2026, compare un post su Instagram con scritto «Meglio maiale che sionista». Solita polemica, ira di Fiano e sdegno della Schlein. Ma, con ogni evidenza, i giovani dem sono quella roba lì e - checché ne dicano i papaveri del Nazareno - quella è roba loro. Stessa antologia ideologica, nel 2025, al congresso di Napoli nel quale la Libero è stata eletta: bandiere della Palestina, pugni alzati e il comunismo usato come corollario affettivo e substrato politico di tutte le proprie azioni.
Se, come dice De Luca,
loro sono i nipotini del comunismo, allora Marx e Lenin sono degli amabili nonnini da coccolare. E non è solo un atteggiamento folcloristico. Il tutto in mezzo a mille contraddizioni: ripudiano la guerra ma sono sedotti da Hamas, si dicono democratici ma impediscono di parlare a chiunque non la pensi come loro attaccandogli addosso la lettera scarlatta del fascista anche quando fascista non è. Anche al loro interno, come ha raccontato il Foglio lo scorso marzo: mettono all’indice chi non indossa la kefiah e osa una maglietta di Ralph Lauren ed emarginano chi esprime posizioni anche solo vagamente «liberali». Racconti da peggio gioventù. D’altronde basta vedere i commenti in rete lasciati sulle varie pagine legate ai Gd per notare un nostalgismo nemmeno dissimulato che occhieggia agli estremismi dei centri sociali e delle occupazioni abusive.
Ma questa polarizzazione funziona? All’interno forse sì, all’esterno decisamente no. I follower dei profili social di Virginia Libero e dei Giovani Democratici sono cresciuti sensibilmente, ma le reazioni sono state contrastanti. Le cinque parole chiave relative al suo discorso al Campovolo hanno avuto un sentiment negativo tra gli utenti delle reti sociali, innescando 540mila interazioni. Un esempio per capirne la portata: la keyword «diserzione» ha avuto il 90,6% di reazioni negative e sulla pagina Facebook del gruppo giovanile i commenti negativi, secondo i dati forniti da Domenico Giordano per Arcadia, sono aumentati addirittura del 99%. Ma sempre la stessa parola ha avuto un engagement molto alto (21,2%) nella fascia di utenti tra i 18 e i 24 anni.
Estremisti. O forse, più semplicemente, sinceri. I giovani dem probabilmente dicono quello che Elly Schlein pensa ma non ha il coraggio di dire. Da grandi magari diventeranno moderati, ma al momento giocano a fare i comunisti. Un gioco pericoloso.
