Proprio mentre si discute di generali e stellette, l’Italia politica offre due fotografie di una militarizzazione: quella dell’islamismo che si salda a sinistra e agli anarchici, proponendo un’alternativa allo Stato di diritto.
A Roma il corteo per Spin Time chiama a raccolta centri sociali, sigle pro Pal e bandiere palestinesi, riunendo casa, Cpr e Gaza sotto una bandiera rossa. A Milano, a Nova, Giuseppe Conte riunisce i Cinque Stelle e applaude Francesca Albanese, mentre l’inchiesta su Mohammad Hannoun ipotizza finanziamenti ad Hamas,
in un’alleanza scriteriata che ci farà rimpiangere banchi a rotelle, Superbonus e tutte le altre follie che hanno sfasciato il Paese.
Non siamo di fronte a due mondi che si sfiorano: sono la piazza e la rappresentanza politica della stessa torsione. La prima costruisce il linguaggio, la seconda gli dà cittadinanza politica. È qui che il Campo largo smette di essere formula elettorale e diventa progetto identitario: anti-Meloni e diffidente verso l’Occidente.
Il paradosso è storico. Nel 1976 Enrico Berlinguer disse di sentirsi «più sicuro sotto l’ombrello della Nato». Oggi una
parte della sinistra guarda con diffidenza proprio a quell’Occidente che persino il Pci considerava il perimetro democratico. Roma e Milano raccontano lo stesso passaggio: da una parte la mobilitazione, dall’altra la sua traduzione politica. Il Campo largo forse non sa ancora chi lo guiderà, ma sta già scegliendo simboli, linguaggio e mondo contro cui definirsi. E a volte una fotografia è più sincera di un programma.
