Leggi il settimanale
Aggiornato alle ore 10:21
In evidenzaAggiornato alle ore 10:21
Interni

Burqa a scuola, quel Paese reale che non parla di razzismo

Il tema dell’integrazione in classe è molto sentito. Specie nelle regioni con più immigrati

BURQA

Nel dibattito pubblico italiano si confrontano da qualche tempo due tipi di razzismo: c’è quello che potremmo definire politico, che basa la sua essenza ed esistenza a partire dalle dichiarazioni dei leader ed esponenti dei singoli partiti e schieramenti. Di contro, sull’altro versante, c’è il razzismo reale fatto di episodi quotidiani che in taluni casi, non sempre per la gravità dell’accaduto, balzano agli onori della cronaca alimentando poi la narrazione della deriva razzista come malattia sociale del decennio. L’uno e l’altro a volte collimano, ma capita sempre più spesso che i due fenomeni divergano, con la realtà che si presenta ben diversa e lontana dalla rappresentazione politica che viene data. L’ascolto digitale della rete e di quello che si dice, anche a proposito di razzismo, ci aiuta a comprendere quanto la distanza sia molto diversa rispetto alla percezione e alla rappresentazione che ne fa la politica.

È il caso, ultimo in ordine cronologico, del provvedimento adottato dal governo sulla scuola che stabilisce tra le altre misure l’introduzione del divieto assoluto di presentarsi con il volto coperto, misura che impatta sull’uso di capi come burqa o niqab, indossati dalle donne di religione islamica, durante le attività curriculari, extracurriculari e durante i colloqui tra scuola e famiglie e un tetto massimo del 30% di presenze di studenti stranieri nelle classi prime della scuola primaria, media e superiore. Il decreto ha acceso immediatamente il confronto politico con la segretaria del Partito Democratico Elly Schlein che ha prontamente accusato il governo Meloni di vivere «su un altro pianeta rispetto al Paese reale» e con Angelo Bonelli che ha rincarato la dose parlando di «propaganda elettorale di Giorgia Meloni fatta sulla pelle dei bambini».

Eppure, se ci tendiamo l’orecchio all’ascolto delle conversazioni online innescate dalla notizia del decreto emerge una realtà composita e diversa. C’è un’area consistente del Paese, quello reale e non politico, che questo problema dell’integrazione scolastica lo vive e lo sente con grande intensità. È quella parte d’Italia che va dalla Lombardia all’Emilia Romagna, dalla Liguria al Veneto e al Piemonte, cioè quelle regioni che hanno in questi anni assorbito la fetta più consistente dell’immigrazione. I termini e le espressioni burqa, niqab e limite del 30% solo nell’ultima settimana hanno totalizzato oltre 2 milioni di interazioni a riprova che il tema è presente molto più di quello che possiamo pensare o che i leader denunciano. Inoltre, limitandoci solo alle discussioni sul tetto del 30% di studenti stranieri per classe, il sentiment espresso dagli utenti è positivo per l’83,6%. Un divieto che si applica solo per gli alunni senza cittadinanza e che non siano nati in Italia o che non abbiano frequentato almeno due anni di scuola dell’infanzia o con esito positivo il sistema nazionale di istruzione per almeno tre anni. Infine, è significativo che a ingaggiarsi nelle conversazioni sono per lo più utenti che sono in primis genitori.