C’è un filo verde Padania che tesse e anche oggi attraversa il destino della Lega. Perché già normalmente Umberto Bossi si aggira nel partito senza avere le sembianze del fantasma, ma se possibile, sul sacro Pratone di Pontida, la sua presenza diventa ancora più ingombrante. Addirittura fisica, in quella cultura del sangue e suolo che da sempre impregna il tragitto del Carroccio.
E così ieri, nella vigilia tradizionalmente riservata ai Giovani Padani, il momento più pregnante è stato la messa a dimora di un ulivo dedicato proprio a lui.
Simbolo di pace in uno dei momenti più travagliati, voluto da un uomo delle fondamenta come Giuseppe Leoni che con Bossi firmò l’atto costitutivo nel 1984 e innaffiato da Roberto Calderoli con l’acqua del Monviso «prelevata alla fonte del Po e portata nell’ampolla originaria che ho conservato perché non andasse persa». Come, maligna qualcuno intorno, troppe cose.
Ma forse non è ancora arrivata l’ora dello scontro finale e allora l’ulivo, portato dal militante Giovanni («ne ho trecento
in collina, ma il più bello è per l’Umberto») diventa simbolo di radici profonde, ma anche di frutti che significano futuro.
Lì di fronte c’è l’abbazia e quando scoccano le 17 si celebra la messa, lì dove il 22 marzo ci fu il suo funerale: forse non è un caso che in contemporanea inizino i dibattiti, così come forse è un segno del destino che proprio oggi Bossi avrebbe compiuto 85 anni. E questa, non va dimenticato, sarà la prima Pontida senza lui vivo.
Ma è comunque presentissimo, perché l’imperativo dei Giovani Padani quest’anno è indubbiamente: «Remigrazione».
Nessuna via di mezzo, non una parolaccia come per la vulgata woke e tanti loro coetanei. «Veneto nazione, remigrazione» gridano i giovani che inneggiano al San Marco del pax tibi, almeno per ora con il libro aperto. E l’appello è ancora per lui: «Umberto noi siamo l’esercito padano» gridano anche tante ragazze. «Defendi la to tera» il comandamento che lascia ben poco spazio all’immaginazione e alle divagazioni.
Non solo un antipasto di quello che succederà sul palco della domenica, perché è proprio nel grande ventre molle della gioventù padana che nasce il Dna della Lega.
Basta ricordare un giovanissimo
Matteo Salvini e quella tenda che nella notte di Pontida ospitava Alessandro Morelli, Igor Iezzi e Stefano Bolognini, un piccolo inventario di quello che sarebbe successo.
Crippa, Tovaglieri, oggi Toccalini, praticamente tutti sono passati da queste vigilie, qui sono state incubate le intuizioni di Bossi finite al governo sulle gambe dei giovani padani diventati ministri.
«Era un grande visionario» spiega l’ancora giovane Alessandro Verri, capogruppo in consiglio comunale a Milano. «Cosa mi dice ancora oggi? Lui ha saputo muovere i popoli, anzi il popolo del Nord: federalismo e autonomia sono state le sue grandi intuizioni e le battaglie che dobbiamo combattere».
Il fondatore e gli epigoni, i due poli di una batteria da cui anche quest’anno la Lega dimostra di voler attingere le sue energie. Il ramo dell’ulivo che sembra chiedere pace.
Il capogruppo al Senato Massimiliano Romeo che come in una Pontida qualunque stinge le mani. «L’han giurato, li ho visti in Pontida; convenuti dal monte e dal piano». Quello era il 7 aprile del 1167.
