Coordinarsi prima di scendere in piazza, controllare i movimenti della polizia, integico». Nelle conversazioni gli appartenenti al partito del Carc e del movimento Autonomia studentesca e culturale contestano la strategia delle Brigate rosse che si è rivelata un fallimento in quanto «hanno tentato di scatenare una guerra civile senza una ponderata valutazione delle forze in campo». Da qui l’operazione di creare un movimento di massa, tra studenti, islamici, maranza. Chat e intercettazioni che rievocano anni di sangue e che fanno scattare l’allarme se si pensa che queste sigle rappresentano oggi l’ossatura del Movimento 17 ottobre. E poi ancora, scorrendo le carte della Procura, dividuare gli agenti in borghese, evitare di essere accerchiati e prepararsi all’impiego dei lacrimogeni. La nuova strategia degli ambienti antagonisti passa anche da qui. Hanno messo in campo meticolosi manuali, indicazioni tattiche per organizzare la mobilitazione e affrontare il nei messaggi delle due organizzazioni si fa riferimento ai brigatisti storici: «Compagna Mara (Cagol) celiamo in noi il tuo ricordo. Che mille braccia si protendano per raccogliere il tuo fucile». Margherita Cagol è stata tra le fondatrici delle Brigate Rosse. Nella informativa della Digos la polizia ricostruisce la campagna di «reclutamento tra gli studenti da trasformare in combattenti». Carc e Autonomia studentesca e Culturale (sotto indagine per eversione) sostengono le piazze di oggi: «Non si fanno divisioni tra manifestanti buoni e cattivi, tra “pacifisti” e presunti “infiltrati”», rilanciano dai profili social.confronto con le forze dell’ordine. È quanto emerge da due documenti. Il primo, che Il Giornale ha in esclusiva, è legato all’ambiente anarchico, e un secondo «Rivoluzione, istruzioni per l’uso», che si dichiara ispirato alla rivoluzione egiziana del 2011. Nel primo file si insiste sulla necessità di costruire una rete organizzativa capace di muoversi rapidamente, con indicazioni e numeri dei team legali da mettere a disposizione dei partecipanti.L’attenzione si concentra soprattutto sulle mosse della polizia: occorre «avere occhio sul momento in cui la polizia passa sui lati, sugli sbirri in borghese» e coordinarsi per evitare di «farsi impacchettare».Suggeriscono di «agire di contropiede», sfruttando l’esperienza di chi ha già affrontato interventi di polizia e procedimenti giudiziari. Il linguaggio è quello dello scontro: «Il primo movimento della nostra guerra è la riappropriazione dei mezzi per vivere e lottare». Poi l’indicazione di «non indietreggiare davanti all’uso di lacrimogeni». Il secondo documento, che si presenta come un prontuario rivoluzionario, parte dalle istruzioni della fase pre-manifestazione: riunirsi lontano dalla presenza delle forze di sicurezza, coinvolgere progressivamente altre persone e raggiungere il concentramento prestabilito. Poi si passa alla gestione della piazza. «Se le forze di sicurezza ci impediscono di proseguire il corteo, gridiamo i nostri slogan e proviamo a sfondare i loro sbarramenti», si legge nella sezione dedicata alla «Tattica collettiva». Il testo invita anche ad aumentare la pressione sugli agenti e a impedire infiltrazioni della polizia. C’è persino un capitolo dedicato all’equipaggiamento. Occhiali protettivi, kefiah, mascherine, guanti, felpe con cappuccio e scarpe adatte a muoversi rapidamente.Non mancano indicazioni su Maalox, sapone e aceto, rimedi contro gli effetti dei lacrimogeni e degli spray irritanti. Il manuale prevede la distribuzione dei compiti tra i partecipanti, dall’assistenza ai feriti alla gestione dei cori: «Non essere passivo: anche tu sei parte della Rivoluzione». Parlare semplicemente di cortei per quanto accaduto lo scorso weekend è concettualmente sbagliato. Si è trattato di un vero e proprio arrembaggio condotto da soggetti apparentemente scollegati, mobilitati attraverso i social e capaci di riversarsi nelle strade senza una struttura organizzativa tradizionale.Ma quella violenza, quella «spontaneità organizzata» teorizzata in alcuni ambienti anarchici, rischia di diventare un’occasione per le sigle che da anni cercano di radicalizzare il conflitto e che puntano a mettersi in scia. Dai centri sociali alle frange antagoniste, fino alle componenti radicali dell’attivismo filopalestinese e alle realtà dell’islamismo politico. È una rete di connessioni nella quale organizzazioni con obiettivi politici diversi possono trovare nella contestazione delle istituzioni un terreno condiviso. La novità è proprio nell’incontro tra due mondi. I documenti mostrano come alcuni ambienti radicali ragionino già in termini di preparazione tattica e confronto con le forze dell’ordine.

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