Con l’aiutino delle toghe rosse, che alle elezioni del Csm potrebbero sconfiggere l’ala più moderata, Elly Schlein ha un’idea meravigliosa: piazzare a Palazzo de’ Marescialli il suo consigliere giuridico Andrea Pertici, padre legislativo del Ddl Zan e teorico del gender in Costituzione. La segretaria dem, che l’ha conosciuto nel correntone «Possibile» di Pippo Civati sotto Matteo Renzi, non è riuscita a piazzarlo alla Consulta ma stavolta sarebbe irremovibile, mentre la spinta proPal e filo Islam delle piazze va in direzione opposta.
Il Parlamento si è riunito ieri per votare i dieci membri laici che dovranno insediarsi a gennaio. Hanno votato 412 parlamentari, tra deputati e senatori: nessuno astenuti, 15 voti dispersi, 337 schede bianche e 34 nulle. Dietro la fumata nera c’è la mancanza di un accordo bipartisan sia sui nomi, sia sugli equilibri. Con divisioni che lacerano entrambi gli schieramenti. A sinistra Pd, M5s, Avs e renziani sentono aria di vittoria alle Politiche e pretendono quattro poltrone dalle tre di questa consiliatura. I dem vorrebbero piazzare sia Pertici (magari come vicepresidente) sia la dem Anna Rossomando, ma devono comunque trovare un posto anche per Enrico Grosso, l’ordinario di Diritto costituzionale a Torino e presidente onorario del comitato «Giusto dire No» al referendum del marzo scorso. Tra i due sui curricula non ci sarebbe partita, ma Pertici è il delfino del pisano Roberto Romboli, che a sua volta aveva avuto come mentore Alessandro Pizzorusso, che da consigliere Csm sbarrò la strada della Dna a Giovanni Falcone, considerato poco indipendente per aver lavorato al ministero della Giustizia con Claudio Martelli Guardasigilli.
Nel centrodestra sembra tramontata l’autocandidatura di Antonio Di Pietro, nome divisivo che piace a Fdi e centristi come Noi Moderati (anche in chiave elettorale) ma non verrà mai digerito da Forza Italia, che punta sull’ex consigliere Csm Pierantonio Zanettin, oggi vicepresidente della commissione Giustizia. «È una candidatura indipendente», fa sapere l’ex pm. «Noi stiamo valutando tutti i candidati, è il primo che abbiamo incontrato, è troppo presto per dire chi voteremo», sottolinea Alessandro Colucci (NM) che l’altro giorno ha visto Di Pietro a pranzo.
Due terzi del Csm sono però rappresentati dalle toghe. Saltato il sorteggio previsto dal referendum sulla separazione delle carriere, le correnti sono tornate a dettare legge. Appare probabile la sconfitta della corrente moderata Magistratura indipendente, considerata troppo accondiscendente con il centrodestra prima e troppo schiacciata a sinistra poi. Uno smacco che fa ben sperare la Schlein.
In Cassazione su 8507 votanti il candidato di Mi Salvatore Casciaro, già segretario generale dell’Anm, ha preso appena 1704 preferenze, battuto di sei voti sia dalla toga rossa Egle Pilla di Areadg (con 1710), sia dal candidato «indipendente» (ma in realtà concordato con Md) Giovanni Nardecchia, legata al consigliere uscente Roberto Fontana che ha convinto 1759 magistrati che esercitano funzione di legittimità di Cassazione. A danneggiare Casciaro sono stati i quasi mille voti raccolti dall’indipendente moderata Luisa De Renzis. Passano pure il pm antimafia Eugenio Albamonte e Gianluca di Leo di Areadg, Giuliano Caputo di Unicost e Stefano Buccini di Mi.
