Le classi con un tetto del 30% agli stranieri sono «ghetto» solo se lo dice il centrodestra. Pd, grillini e Avs hanno la memoria corta e sporca su Sergio Mattarella, che Elly Schlein prova inutilmente a difendere: «Tirare per la giacca il presidente della Repubblica è segno di totale mancanza di senso dello Stato». Ma allora che dire del Dpr 349 del 1999 firmato dall’allora capo dello Stato Carlo Azeglio Ciampi? All’articolo 45 recitava: «Il collegio dei docenti formula proposte per la ripartizione degli alunni stranieri (...) effettuata evitando comunque la costituzione di classi in cui risulti predominante la presenza di alunni stranieri». Un principio figlio dell’emergenza migratoria degli anni Novanta firmato da Massimo D’Alema premier, con Luigi Berlinguer ministro dell’Istruzione.
«Era una misura del tutto ragionevole, la nostra preoccupazione era che andassero con gli italiani, così lo diventavano anche loro». Così Baffino su La7 qualche anno fa rivendicava il senso della misura davanti a Fabio Rampelli (Fdi), che ieri sui social risponde così alle sparate dell’opposizione. La misura venne adottata anche negli anni successivi dal Dc Giuseppe Fioroni, ministro del secondo governo di Romano Prodi dal 2006 al 2008. Dentro il Pd Livia Turco ammetteva che la preoccupazione di evitare classi ghetto era giusta «per garantire un progetto educativo adeguato per tutti».
Poi arrivò il centrodestra e la narrazione si è ribaltata. Nel 2010 Mariastella Gelmini aveva imposto lo stess tetto per la formazione classi per l’anno scolastico 2009/2010: «I bambini e i ragazzi stranieri che non parlano la lingua italiana si trovano nell’impossibilità di seguire le lezioni, gli italiani si trovano in difficoltà uguali e contrapposte, costretti a rallentare il processo di apprendimento». Sono gli anni delle classi di soli stranieri come la Pisacane di Roma con il 97%, scuola che sognava di cacciare a pedate dalla facciata della scuola l’eroe risorgimentale per dedicare l’istituto al pedagogista giapponese Makiguchi Tsunesaburo, blitz poi fallito. Vittima della misura fu la scuola elementare di via Paravia a Milano, a cui il ministero vietò la formazione di una prima perché tutti i 10 iscritti erano stranieri. A Milano, allora come oggi, la situazione di alcuni istituti è fuori controllo, con punte dell’80% di stranieri. Classi da cui gli italiani fuggono. Nel 2019 se ne era accorto anche Beppe Sala: in 53 elementari milanesi, anche quelle (non più esclusive) del centro, si viaggiava sopra il 50%. Come scrisse sul Giornale Chiara Campo, Sala aveva commissionato uno studio: «Può essere contestabilissimo, ma il giusto livello di integrazione si raggiunge solo intorno al 30%. Non è semplice, è un percorso lungo ma bisogna fare uno sforzo, sia per aiutare gli alunni stranieri sia per non mettere in difficoltà quelli italiani che rischiano di trovarsi in minoranza». Oggi in via Paravia, come ha raccontato Filippo Facci, c’è una classe di soli arabi da cui è «scappato» un bimbo ucraino che voleva studiare l’italiano. Qualcuno lo spieghi al centrosinistra e ai suoi leader, abituati a mandare i figli nelle costosissime (e bianchissime) scuole private.
