Tu quoque. Più che dall’autobomba dell’amico Valter Lavitola, come l’eroe della saga dei Nibelunghi da cui prende il nome Sigfrido, Ranucci è stato colpito nell’unico punto lasciato vulnerabile dal sangue del drago Fafnir di cui era cosparso: alle spalle. Oggi parole come «ingenuo», «inopportuno», «non più indipendente» sono coltellate che arrivano dal suo codazzo di teletribuni, che siano emuli, colleghi o mentori, tutti sulla riva del fiume catodico. Il suo tesoro prezioso, fatto di credibilità e reputazione, ormai è perso. La sentenza arriva dai circoletti e dalle sette tv che forse non l’ha mai davvero sopportato. Le capriole colpevoliste del Domani di Emiliano Fittipaldi e Nello Trocchia non sorprendono più, a far male sono le stilettate inferte l’altra sera su La7 dal suo ormai ex scudiero Giorgio Mottola, che già quest’estate su Repubblica l’aveva scaricato: «Da Ranucci un peccato di ingenuità, ha costruito una relazione con Lavitola che noi stessi sin da subito abbiamo definita inappropriata e inopportuna, perché va ben oltre il rapporto con la fonte». Ranucci Lavitola lo difende, «non ha neanche espresso parole di censura nei confronti del suo attentatore», ricorda l’inviato. Lunedì sera anche Michele Santoro a Lo Stato delle Cose ci era andato giù duro: «Non esiste un’amicizia a prova di bomba, se un mio amico me ne avesse messa una l’avrei mandato affanc...». Col Giornale «Michele chi» non parla perché «distorce il mio pensiero, io non l’ho mai scaricato», sarà. L’ex dominus di Raidue Carlo Freccero l’aveva detto con eguale nettezza: «L’identità di Report coincide con il conduttore, che trascina con sé il programma e danneggia la redazione. La difesa così strenua di una persona sotto inchiesta è un errore, suggerisce una sorta di dipendenza quantomeno intellettuale».
Persino l’ex discepolo di Santoro (più Giuda che Giovanni) Corrado Formigli si accanisce dalle colonne di Repubblica: «Ranucci non doveva esporre la sua squadra proprio adesso che il giornalismo d’inchiesta è sotto attacco». Prima di lui era stato Vauro a farlo scendere dal piedistallo di «martire autoproclamato», in compagnia di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino: «Più che giornalismo siamo al teatro delle vanità, Sigfrido è uno che si vanta di insidiare le stagiste». La mente torna al dossier circolato qualche anno fa in Vigilanza Rai, con le denunce di tre croniste di Report maltrattate, di cui si era occupato il Giornale in splendida solitudine. Le femministe zitte allora parlano oggi, guidate da Selvaggia Lucarelli, a cui Ranucci rinfaccia «rapporti spregiudicati». E lo stesso presunto giornalismo d’inchiesta è smascherato dal «compagno» Piero Sansonetti con ciò che solo oggi appare: veline e veleni, dossieraggi, campagne di fango costruite ad arte per demolire carriere e governi. Sotto l’inchiesta, niente e nessuno. Come gli amici veri di Ranucci. Escluso Lavitola, naturalmente.
