Ci sono due persone sedute davanti a un tavolino su un terrazzo di Roma, zona Campo de’ Fiori, sesto piano. Sono entrambe su una sedia a rotelle. È una fotografia pubblicata da Emma Bonino il 5 novembre 2024. Una è lei, reduce da un ricovero in terapia intensiva per una crisi respiratoria, l’altra è Papa Francesco, che quella mattina era salito nel piccolo ascensore verso le dodici meno un quarto tornando dalla Gregoriana, con un mazzo di rose e una scatola di cioccolatini. Questa foto contiene tutto. Due corpi rotti, uno di fronte all’altro. Il capo della Chiesa cattolica e la donna che ha rappresentato per mezzo secolo il peccato dell’etica radicale. Nessuno dei due finge di stare bene. Francesco la salutò con un «cerea», l’intercalare piemontese delle loro origini comuni, e le disse che era un esempio di libertà e resistenza. Emma si commosse e molti cattolici si fecero il segno della croce.
Adesso che questa donna minuta e combattiva non c’è più si possono raccontare visioni e contraddizioni. Emma Bonino viene da Bra, provincia di Cuneo, nata il 9 marzo 1948 in una cascina di campagna. La famiglia si sposta in città nel 1954. Non immaginatela come una che viene dai margini. Il padre commercia legname e lei si laurea in lingue e letterature straniere a Milano con una tesi su Malcolm X. Poi c’è stato l’aborto, il suo. È il 1972 ed è clandestino e drammatico. Raccontò molti anni dopo di non aver usato contraccettivi perché le avevano detto che era sterile. Comincia la sua battaglia sull’aborto, con una rete che portava le donne italiane ad abortire in cliniche jugoslave, svizzere e inglesi. Da lì l’arresto. Quando si costituì, raccontò a una radio libera di Bra le sue ragioni con una freddezza quasi contabile e si consegnò. Passò alcuni giorni in carcere. Esiste una fotografia di quegli anni che i suoi avversari le hanno buttato addosso per quattro decenni: Emma Bonino che pratica un aborto col metodo Karman, e sul tavolo una pompa da bicicletta. Non è un falso, e non è nemmeno un incidente. Quella foto fu scattata di proposito, come atto di autodenuncia, e la pompa da bicicletta ci stava a dimostrare con quali strumenti si abortiva in Italia quando abortire era reato. Chi la usa contro di lei sta in realtà mostrando esattamente ciò che lei voleva far vedere. Le è andata così per tutta la vita.
Emma Bonino ha fatto politica col proprio corpo. Non con la retorica, non con l’apparato, non con la televisione. Il corpo che digiuna, la liturgia radicale imparata da Marco Pannella, il maestro di tutta una vita politica, con cui condivise l’ostinazione, la teatralità e una certa vocazione alla sconfitta. Il corpo che nel 1976, a ventotto anni, entra a Montecitorio quando il Partito radicale si presenta per la prima volta alle politiche ed elegge quattro deputati. Il corpo che dal 1979 fa la spola con Strasburgo, e che negli anni Ottanta gira i paesi dell’Est per i diritti civili. Una volta dentro le istituzioni, non ha mai smesso di comportarsi come se fosse fuori. È il tratto che l’ha resa insopportabile ai suoi alleati e rispettabile ai suoi avversari. Emma è una spina anche per molti radicali, quelli che le rimproverano di essere diventata il volto facile da digerire per la sinistra. Emma dentro e Marco fuori. Emma a casa e Marco ramingo.
Non c’è dubbio però che anche lei abbia sacrificato il corpo per rivendicare i diritti universali. Il 27 settembre 1997, da commissaria europea per gli aiuti umanitari, è in un ospedale di Kabul a verificare come venissero spesi i soldi degli europei. Fu fermata insieme alla sua delegazione dalla milizia per la repressione del vizio e la promozione della virtù, e trattenuta per alcune ore. Raccontò al mondo cosa fosse il regime dei talebani per le donne. Lo stesso anno firmò, per conto della Commissione europea, la Convenzione di Ottawa contro le mine antiuomo. Fu la sua stagione migliore, e fu tutta fuori dall’Italia: la battaglia contro le mutilazioni genitali femminili, portata fino alle Nazioni Unite; la moratoria universale sulla pena di morte; il tribunale penale internazionale; la Guinea-Bissau, la Sierra Leone, il Kosovo. Nel 1999 si autocandidò alla presidenza della Repubblica. Fu una provocazione, e funzionò: la campagna martellante le portò alle europee di quell’anno un risultato che nessuno si aspettava, attorno all’8%. È il massimo che abbia mai ottenuto.
Fu ministro del Commercio internazionale e delle Politiche europee dal 2006 al 2008, vicepresidente del Senato, ministro degli Esteri dal 2013 al 2014 con Enrico Letta, senatrice fino al 2022. Fondò +Europa nel 2017 e lo tenne in vita per anni sul filo della soglia di sbarramento, con l’accanimento di chi non sa fare altro.
Nel 2015 le fu diagnosticato un microcitoma polmonare, una delle forme più aggressive di tumore ai polmoni. Lo disse pubblicamente, senza giri di parole, come aveva fatto con tutto il resto. Emma non è stata una santa, ma ha lottato per tutta la vita per quei diritti dell’umanità che adesso in tanti hanno smesso di riconoscere. Se ne va da un mondo che non sembra più essere il suo. Non è affatto detto che sia un bene.
