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Dopo il woke alla sinistra resta... il nulla

Questione sociale e lavoro sono già stati rinnegati

Il diktat per entrare nell'Ue. Obbligatorio il lessico woke. Bruxelles spende 1,5 milioni per vietare le parole

C’è stata una stagione, ormai alle spalle, in cui la sinistra ha creduto di aver trovato la propria causa nel woke. Se ne parla già al passato. Si moltiplicano i segni della crisi del fenomeno: il rigetto elettorale del politicamente corretto, la stanchezza tra chi lo aveva professato, le autocritiche. Oggi la sinistra stessa ne parla come di un capitolo chiuso e annuncia di volerlo superare: basta, si torni ai problemi materiali delle persone. Sacrosanto. Ma è proprio seguendo questo cammino a ritroso che si arriva a una diagnosi severa.

Il woke non era un eccesso di sensibilità né una deriva pedagogica delle università americane, come si racconta per liquidare la faccenda in poche, superficiali battute. No, il woke era l’ideologia perfetta per una sinistra che aveva firmato la pace col mercato e aveva bisogno di un lessico che le permettesse di sentirsi ancora dalla parte giusta della storia. Però i diritti individuali, purtroppo per la sinistra, non sono un valore (sacrosanto) che si regge da solo: hanno senso pieno solo dentro la cornice di una giustizia sociale più larga, quella che garantisce a ciascuno la possibilità materiale di esercitarli e non solo il permesso formale di rivendicarli.

Chi aveva bisogno del conflitto redistributivo quando poteva bastare il conflitto simbolico? Cambiare un pronome costava meno di riformare il mondo del lavoro. Discutere di rappresentanza nei consigli d’amministrazione costava meno di discutere delle decisioni prese nei consigli d’amministrazione. Il moralismo ricattatorio (quello per cui bastava dissentire su una virgola per essere bollati come reazionari o fascisti) era la scorciatoia perfetta per chi aveva smesso di avere un programma e aveva bisogno solo di darsi un tono per buttare la destra fuori dal dibattito pubblico.

Non significa che chi credeva nei diritti individuali fosse in malafede. Significa che quella fede, per quanto sincera, svolgeva una funzione diversa da quella che pensava di svolgere: non contestava l’ordine economico, lo rendeva sopportabile. La sinistra pensava di essere all’opposizione. Nei fatti, forniva al capitalismo finanziario esattamente il linguaggio di cui aveva bisogno: individualista nella sostanza, inoffensivo per gli assetti proprietari, compatibile con qualunque livello di disuguaglianza purché la stanza dei bottoni rispettasse le quote rosa.

A questo punto, tornati al presente, il conto si fa parecchio salato. Il woke non era un ornamento sovrapposto a una sinistra solida. Era l’unica cosa che restava sopra un vuoto già scavato da tempo, quando la questione sociale era stata archiviata come roba vecchia e la lotta di classe consegnata ai libri di storia. Per questo il suo superamento si rivela un salto nel vuoto anziché un ritorno a terra: sotto non c’era una visione alternativa di società rimasta in sonno, pronta a risvegliarsi. Come soggetto capace di proporre un ordine sociale alternativo, oggi la sinistra non esiste più.

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