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Ecovandali archiviati: imbrattare si può, se si è “pacifisti”

Nessun processo ai militanti di Extinction Rebellion per il blitz contro la Leonardo

Leonardo striscione Extinction Rebellion

Nessun processo per i ventidue attivisti di Extinction Rebellion che il 14 marzo 2025 presero di mira la sede torinese di Leonardo. Il gip ha disposto l’archiviazione: cade l’accusa di violenza privata contestata a tutti i manifestanti e finisce nel nulla anche l’ipotesi di imbrattamento formulata nei confronti di quattro di loro. La decisione riguarda la protesta organizzata in corso Francia durante la visita in città di Meloni. L’azione scattò all’alba: alcuni attivisti depositarono dei calcinacci davanti allo stabilimento, mentre altri raggiunsero la torre evaporativa in disuso. Lì esposero lo striscione «La guerra parte da qui» e tracciarono la scritta «Life not war». La denuncia di Leonardo diede il via agli accertamenti, con ventidue persone tra i 22 e i 74 anni - iscritte nel registro degli indagati.

Al termine delle indagini il sostituto procuratore Valentina Sellaroli ha chiesto di chiudere il

procedimento senza arrivare al processo poiché «tutte le condotte sono state penalmente non rilevanti». La richiesta è stata accolta dal giudice Claudia Masucci: sul fronte della violenza privata, il gip ha escluso la presenza degli elementi necessari a sostenere l’accusa, osservando che «gli indagati non hanno compiuto atti di violenza né minaccia». È però la parte relativa all’imbrattamento a sollevare gli interrogativi maggiori. Nel provvedimento si sottolinea che «la scritta, per quanto estesa, è stata vergata su una torre in disuso, priva di valenza estetica». Secondo il giudice, inoltre, per la Leonardo «la sua rimozione non era complessa né onerosa». La motivazione si spinge anche sul terreno del contenuto politico dell’azione. Nel decreto si legge che «il messaggio veicolato era positivo e volto a sensibilizzare l’opinione pubblica sulla pace e il disarmo». Questo è il passaggio più controverso. Nessuno mette in discussione

il diritto di manifestare, ma il rischio è quello di far passare un principio assai pericoloso: non conta solo ciò che si fa, ma anche la causa in nome della quale lo si fa.

Soddisfatti gli avvocati degli attivisti, Marino Careglio e Gianluca Vitale: «Ancora una volta, la magistratura ha preso le distanze dal tentativo di silenziare il dissenso pacifico, che rientra nei diritti costituzionalmente garantiti di libertà di riunione e di libera manifestazione del pensiero». Di segno opposto la reazione di Roberto Ravello, vicecapogruppo FdI in Consiglio regionale: «La decisione del gip di Torino è preoccupante perché rischia di introdurre una sorta di liberalizzazione ideologica dell’imbrattamento»

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