Chissà se all’appello basterà dire presente o dovremo toglierci il burqa. Perché ci siamo svegliati un mattino e, sorpresa: l’aritmetica del mondo si era rovesciata. Per anni abbiamo recitato il mantra dell’integrazione come un rosario laico, convinti che bastasse un sorriso. Invece, oggi, le minoranze gridano così forte da aver reso mute le maggioranze, da silenziose diventate reiette. E quando una famiglia normale se è ancora lecito usare questo reperto archeologico chiede spazio, viene bacchettata come razzista. La democrazia si è spostata così lontano dal centro della società da aver finito per ghettizzare se stessa. Nelle aule di periferia, l’italiano è ormai un vezzo esotico. Sono i ghetti al rovescio: chi vuole leggere Dante si sente un clandestino nel suo banco, guardato con sospetto da chi ha già corretto le terzine con l’anestetico woke, vietando i versi su Maometto perché offendono il Corano. Abbiamo barattato la storia per il quieto vivere, permettendo che il calendario venisse riscritto sotto dettatura. E qui torna utile Martin Luther King. Lui sognava figli di bianchi e neri mano nella mano; dubito immaginasse un’aula in cui, per non offendere nessuno, sia il figlio dei nostri padri a dover tacere, mentre la nuova maggioranza decreta che il Natale è solo una balla per gonzi. Siamo in una distopia dove, se chiedi equilibrio, ti danno dell’estremista. Falcone diceva che la mafia non è invincibile: forse, vedendo questo disastro, avrebbe aggiunto che anche l’idiozia ideologica ha un limite. Eppure guardiamo altrove, pronti a festeggiare il Ramadan col sorriso di chi non ha capito che, a furia di non vedere, saremo noi a dover chiedere il permesso per parlare la nostra lingua. Buon Natale, se riuscite ancora a ricordarvi cos’era.

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