Era inevitabile, ma è anche incredibile: quando l'odiato politico è morto segue un affetto rebound o di banale rimbalzo. E insomma la sinistra, sedate le emozioni e la banalità propagandistiche (un po' come nella quadriglia) emette un mormorio inaspettato: ci sarebbe voluto un Berlusconi per la migliore sua qualità, la mediazione. In fondo quando c'era lui, signora mia, le cose andavano molto meglio. È utile recuperare da Alberto Arbasino il reiterante «signora mia» come coro nella tragedia moderna, ma i fatti sono fatti; a tre anni dalla morte di Silvio Berlusconi si avverte il cambio di umore nella sinistra su Berlusconi. Persino Marco Travaglio che ama sciorinare le sue litanie di fatti e misfatti, non sa sottrarsi dalla civetteria di sostenere che lui e Berlusconi in fondo avevano un debole reciproco che li rendeva complementari. Ma andiamo al sodo: se la destra oggi lo riconosce come modello di unificatore, la sinistra eternamente strabica - ne rimpiange il potere di mediatore, di cui ai tempi di D'Alema ha fatto anche uso. La sinistra oggi si accorge che la divisione non porta da nessuna parte e che tuttavia non è la banale somma a fare il totale. Non è un concetto difficile: in politica bisogna organizzarsi fra «rette parallele che alla fine si incontrano» come diceva con lucida follia Aldo Moro mezzo secolo fa provocando stupore. Moro fu ammazzato brutalmente, mentre Berlusconi sbancava il «teatrino della politica» usando se stesso. Il suo era un caso non unico ma rarissimo di «fattore umano» oltre il prevedibile. Molti lo odiavano, moltissimi lo detestavano, ma quando si trattava di trovare la quadra (diceva Umberto Bossi) lui era quello che ci riusciva di più di qualsiasi altro. E con strumenti di seduzione che erano anche il suo tallone d'Achille.
Era insomma ciò che piacerebbe essere a Trump, che poi si disintegra nelle risse. La sinistra italiana fin dal primo socialismo non ha fatto che dividersi, avrebbe arso sul rogo Berlusconi e adesso e cerca una leadership mediatrice, anche usata.