Il giallo delle cinque firme sulla condanna Mediaset

Il collegio guidato da Esposito volle mascherare la contrarietà del giudice relatore

Il giallo delle cinque firme sulla condanna Mediaset

Roma - Che cosa successe davvero nella camera di consiglio di quell'infuocato primo agosto in Cassazione, che decise la condanna di Silvio Berlusconi per il caso Mediaset?
Ci fu un'insanabile spaccatura tra i cinque giudici nelle 7 ore di discussione, con il relatore Amedeo Franco che si dissociò duramente dagli altri, come raccontano versioni sempre più numerose e accreditate? Oppure si raggiunse l'unanimità, come vollero dire all'esterno le firme sul verdetto di tutto il collegio, con un gesto senza precedenti?

Attorno alla sentenza della sezione feriale della Cassazione da allora regna il silenzio quasi totale dei giuristi. Niente note di commento, sulle tante riviste di diritto che abitualmente si scatenano su qualsiasi pronuncia di rilievo della Suprema Corte, tranne due analisi fortemente critiche sulle motivazioni giuridiche della condanna a 4 anni. Un silenzio che nell'ambiente si spiega con un forte imbarazzo. E infatti, quegli unici due commenti pubblicati su Guida al diritto, rivista giuridica del Sole24Ore, sono delle bocciature. «La sentenza non sta in piedi», sostengono Enrico Marzaduri, ordinario di Diritto pubblico all'università di Pisa perdipiù di note simpatie a sinistra e Antonio Iorio, docente di Economia dei tributi all'ateneo di Viterbo.

Tutto questo avvalora la tesi secondo la quale il primo a non condividere in punta di diritto la decisione finale fu proprio il relatore del processo, Franco. Sono in molti a sostenere che per lui la condanna non poteva essere confermata, che le basi giuridiche non reggevano, che ci volesse almeno il rinvio.

Bruno Vespa l'ha addirittura scritto nel suo ultimo libro: Sale, zucchero e caffè. Ecco il passaggio, a pagina 311: «Per quanto è dato sapere, Franco si sarebbe rifiutato di scrivere la motivazione della sentenza, che infatti porterà, oltre alle firme del presidente e del relatore, anche quelle degli altri tre giudici».

Se così andarono le cose la decisione dell'intero collegio di sottoscrivere le motivazioni ha una spiegazione opposta a quella che è prevalsa. Non fu affatto un segnale di unanimità, un modo per fare «scudo» al presidente, quell'Antonio Esposito sommerso dalle critiche e poi sotto processo disciplinare, per l'intervista a Il Mattino in cui anticipava proprio le motivazioni, spiegando che Berlusconi era colpevole perché sapeva della frode fiscale e non perché «non poteva non sapere». Quella firma a cinque sarebbe invece la prova che il relatore (e forse non solo lui) si trovò in minoranza e non volle attribuirsi da solo una decisione finale che non condivideva, che anzi secondo certe voci avrebbe definito con l'ormai famoso termine usato da Roberto Calderoli per la sua stessa, disconosciuta, legge elettorale. Come superare l'impasse, su un verdetto che avrebbe cambiato il quadro politico del Paese, estromettendo dal Senato e dalla competizione elettorale il leader dei moderati? Ecco, si sarebbe trovata la soluzione di far firmare tutto il collegio.

Un mascheramento, insomma, proprio della mancanza di unità. Ed è inutile sottolineare che il giudizio del relatore, l'unico a leggersi interamente le carte e a studiare a fondo il processo prima dell'udienza, ha un peso diverso da quello degli altri membri.

Sempre Vespa racconta che la sera di giovedì primo agosto, nel salotto di via del Plebiscito dove Berlusconi aspettava di conoscere la sua sorte con figli e legali accanto, il solo tranquillo era l'avvocato Franco Coppi, il principe del diritto che poche ore prima aveva smontato pezzo per pezzo le accuse nella sua arringa, nell'aula del Palazzaccio. Si legge nel libro: «Non possono darci torto», diceva. «Il relatore ha chiaramente recepito le due questioni di diritto che ho svolto». Il relatore, ricorda sempre Vespa, era Amedeo Franco, «consigliere della terza sezione penale, la quale, secondo Berlusconi, è il giudice naturale perché si occupa di reati fiscali, e già lo aveva assolto».

Tra i cinque giudici, e su questo tutti concordano, lui era il vero esperto della materia. E anche quello che conosceva a fondo il caso, visto che per il processo Mediatrade aveva confermato l'assoluzione del leader del centrodestra.

Le 7 ore di discussione testimoniano che il confronto con gli altri fu difficile. Ma alle 19.40 fu annunciata la condanna. A 5 firme.

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