Non serve andare a Marghera, tantomeno nelle banlieue parigine o a Molenbeek in Belgio dove l’integrazione da laboratorio ha fallito da tempo: basta guardare al cuore della Lombardia. A Brescia e nella sua provincia va in scena ogni giorno la sostituzione scolastica, con la creazione di veri ghetti etnici finanziati dai contribuenti italiani. Un fenomeno che il politicamente corretto si ostina a edulcorare con le solite favole multiculturali.
I dati fotografano un apartheid al contrario. In molti istituti primari e secondari del capoluogo e dell’hinterland industriale, la presenza di alunni stranieri non è più una minoranza da integrare, ma una schiacciante maggioranza che supera il 70%. Una presenza ben definita: una prevalenza massiccia di comunità pakistane e indiane (fittissime nella Bassa), seguite da quelle marocchine, albanesi, bengalesi e senegalesi.
Gli esempi disegnano la mappa di un’alienazione quotidiana. Nel quartiere del Carmine, la scuola primaria M. Calini registra una quota di studenti stranieri tra il 70% e l’80%, complice la mutazione demografica di un centro storico svuotato di bresciani. Poco lontano, alla primaria A. Manzoni di via Milano, le sezioni oltre il 75% sono la norma. Lo stesso scenario si replica nelle periferie e nell’edilizia residenziale pubblica di San Bartolomeo, San Polo e Fiumicello (dove l’IC Nord 1 e l’IC Est 2 toccano picchi tra il 70% e il 75%), oltre che nella Bassa Bresciana - a Palazzolo, Chiari, Leno, Manerbio - e nelle vallate come la Val Trompia, tra i capannoni di Sarezzo e Lumezzane.
La deriva parte fin dai primi passi dell’infanzia. Negli asili nido e nelle scuole materne comunali, la percentuale di piccoli iscritti di origine straniera sfiora o supera il 60-70%. Di fronte a classi in cui la lingua italiana diventa un optional e i programmi didattici devono inevitabilmente rallentare, scatta la reazione di sopravvivenza delle famiglie bresciane: una fuga disperata e silenziosa verso le scuole paritarie private o verso gli istituti in quartieri non ancora travolti dall’onda d’urto straniera.
Si crea così un doppio circuito perverso: da una parte le scuole pubbliche di quartiere, trasformate in enclaves multietniche dove l’identità italiana viene progressivamente svuotata; dall’altra gli istituti privati, diventati l’ultimo rifugio per chi cerca di garantire ai figli un’istruzione tradizionale. E mentre gli ideologi del progressismo continuano a ripetere il mantra che «ormai sono quasi tutti nati in Italia», la realtà mostra quartieri sempre più frantumati e degradati. L’integrazione forzata non ha creato una società aperta, ma ha semplicemente costretto gli italiani all’autosegregazione a casa propria.
