I giudici arrestano le tasse: "Il redditometro è nullo"

Il tribunale di Napoli cancella lo spionaggio fiscale voluto dal governo Monti: "Viola il diritto alla riservatezza"

I giudici arrestano le tasse: "Il redditometro è nullo"

Roma - Guai giudiziari per il nuovo redditometro, «annullato» da una sentenza del tribunale di Napoli depositata martedì scorso. Il decreto ministeriale del governo Monti che lo ha istituito a dicembre 2012, afferma il giudice Valentina Valletta, viola il diritto alla riservatezza del cittadino ed è «al di fuori della legalità costituzionale e comunitaria».
All'Agenzia delle Entrate si impone di non fare accertamenti sul ricorrente o di interromperli se già li ha iniziati, oltre a comunicargli se è in atto una raccolta dati nei suoi confronti. Un altolà totale.
Solo a fine agosto è stata annunciata la partenza del sistema antievasione con l'invio di 35mila lettere per cittadini «incongrui», ma l'Autorità sulla privacy non ha dato il via libera.
Ora arriva la mazzata giudiziaria, che conferma la prima bocciatura del redditometro: quella dell'ordinanza firmata a febbraio dal giudice Antonio Lepre, della sezione distaccata di Pozzuoli del tribunale partenopeo, che non a caso viene citata nella sentenza. Si trattava di un provvedimento d'urgenza, che tra due settimane dovrà essere confermato dal giudice di merito (e probabilmente lo sarà). Stavolta, si tratta di una causa ordinaria e si fa un altro passo avanti, aprendo la strada ad un mare di possibili ricorsi dei cittadini italiani.

A rivolgersi al tribunale è stato un impiegato del Comune di Pozzuoli, che non ha voglia di scoprire i finanzieri con il naso nei suoi risparmi e nei suoi cassetti. Un ricorso preventivo, perché Aniello Scognamiglio non ha subìto ancora alcun accertamento. Ma al suo fianco è sceso anche il Consiglio dell'Ordine degli avvocati di Napoli, per la prima volta in difesa non della categoria ma del cittadino qualunque.
La vittoria è stata piena. Per il giudice Valletta, il regolamento sul redditometro si basava su presupposti che non sono stati rispettati. Non è vero che l'Agenzia delle Entrate abbia «il potere di conoscere tutti i dati personali del contribuente e della sua famiglia». Non può violare articoli fondamentali della Costituzione come il 2 e il 13, né la Carta dei diritti fondamentali della Ue. Non può controllare le spese del contribuenti (dalle calze alla birra, dai detersivi alla benzina, dai libri ai taxi) e di altre persone della famiglia. Non può indagare nell'autonoma gestione del denaro, negli acquisti farmaceutici (riservatissimi), nelle spese per l'educazione, né curiosare nella vita sessuale o politica. Il redditometro, insomma, «viola i principi di eguaglianza, ragionevolezza e proporzionalità». Quindi, scrive la Valletta, «è non solo illegittimo, ma radicalmente nullo».

Si chiede l'avvocato Roberto Buonanno, che ha difeso Scognamiglio: «Siamo in uno Stato di diritto o in uno Stato di polizia? Perché la visibilità assoluta di ciò che un cittadino fa, guadagna e spende (giustificata dal semplicistico rilievo che chi “non ha commesso nulla di male, nulla avrebbe da nascondere”) non è il simbolo di una società aperta, liberale e democratica, ma delle peggiori forme di totalitarismo, di sistemi autoritari e polizieschi che cancellano la privacy. Il redditometro è un po' come le intercettazioni, ma lì almeno si parte da un sospetto. Qui neppure da quello».

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