I GIUDICI DI ROMA La sentenza contro l'azienda: «Esposizione tossica dal 1962»

nostro inviato a Ivrea

L'atto d'accusa è una sentenza della Corte d'appello di Roma. Poche pagine che puntano il dito contro l'Olivetti. «L'esposizione all'amianto - si legge nel testo - incominciò verosimilmente nel 1962». Quando il signore Mario Pagani, oggi ammalato di mesotelioma, prese servizio all'Olivetti di Ivrea. Per questo l'uomo aveva fatto causa all'Inail. E dopo una lunga battaglia l'anno scorso ha ottenuto la clamorosa vittoria di cui finora non si era avuta notizia: l'Inail gli ha dovuto riconoscere un'indennità mensile perché la malattia è arrivata con quella polvere soffice come il borotalco.
Trova così nuova linfa l'indagine di cui il Giornale ha dato notizia ieri e che coinvolge i vertici della società, da Carlo De Benedetti a Corrado Passera: la procura di Ivrea indaga per omicidio colposo e lesioni colpose plurime. Trent'anni, se non di più, di storia industriale italiana devono fare i conti con il killer silenzioso e subdolo: l'amianto. Ad Ivrea l'amianto era dappertutto: nei computer e poi nei muri, nell'intonaco, negli infissi. E l'amianto è il responsabile di una strage a scoppio ritardato che si manifesta in questi anni: sono almeno venti gli ex dipendenti che si sono ammalati e sono stati portati via da un tumore incurabile. E altri, purtroppo, combattono contro il male che avanza inarrestabile. Così una delle aziende più celebrate d'Italia, uno dei simboli migliori del capitalismo tricolore, il palcoscenico della recente fiction cartolina dai toni agiografici, deve confrontarsi con la piaga di una malattia feroce e deve porsi le stesse domande scomode che si sono posti i giudici di Casale Monferrato, di Latina e di tante altre città: chi comandava gli stabilimenti sapeva? E chi aveva consapevolezza prese qualche contromisura o tutto andò avanti come prima, come se nulla fosse?
Quesiti difficili al centro di un'indagine che, come sempre in queste situazioni, si annuncia lunga e complessa. Ma che potrebbe portare via un po' della retorica buonista che ha sempre accompagnato l'Olivetti. L'azienda illuminata per definizione. Il luogo del'utopia. Il laboratorio del sogno inventato da Adriano Olivetti e qualcosa di quella creazione visionaria era rimasto attaccato, come un marchio prestigioso, ai computer dell'epoca successiva, quella di De Benedetti. Ora invece apprendiamo che anche i tecnici di Ivrea finirono lentamente nelle fauci del mostro. E anche a Ivrea oggi si muore. Come in tante altre realtà che però, per l'opinione pubblica erano solo fabbriche di sfruttamento e di degrado, con padroni rapaci e spietati.
La prossima settimana il procuratore Giuseppe Ferrando riceverà la relazione chiesta a suo tempo ad un team di consulenti che hanno acceso i riflettori su un periodo lunghissimo: dagli anni Sessanta fino agli anni Novanta. È chiaro che si dovrà precisare, distinguere, mettere a fuoco le diverse responsabilità su un fronte temporale che copre mezzo dopoguerra. In questo momento sono undici le persone iscritte nel registro degli indagati, da De Benedetti a Passera che fu amministratore delegato dell'azienda fra il '92 e il '96, ma sarà proprio la perizia in arrivo a delineare meglio ruoli e mansioni. Ed è altrettanto certa un'altra circostanza: l'indagine è destinata fatalmente ad allargarsi, come può anticipare il Giornale. Lo stesso Pagani fu spedito da Ivrea alla filiale di Milano e anche nella sede di Milano l'amianto era dappertutto. Nelle componenti dei computer e negli ambienti di lavoro. Ed entrava nei polmoni giorno per giorno. «Presto presenteremo una denuncia per quel periodo e la procura di Milano dovrà indagare su quel che succedeva negli uffici del capoluogo lombardo dell'Olivetti», spiega al Giornale l'avvocato Ezio Bonanni, che segue decine di vittime dell'asbesto in tutta Italia.
«Quella dell'amianto - prosegue Bonanni - è una delle grandi tragedie italiane, una vera e propria Spoon River della classe lavoratrice di questo Paese. Per fortuna, pur fra resistenze e gravissimi ritardi, il velo si è alzato o si sta alzando su quel che è accaduto da Nord a Sud. L'Olivetti, per quel che ci risulta, non fa differenza: anche qui tutti sapevano e anche qui non ci si attrezzò per limitare i danni. Ma ad Ivrea l'inchiesta è partita con un ulteriore ritardo nel ritardo. Speriamo che i pm recuperino il tempo perduto».
Attenzione: nel 1973, l'anno del suo massimo splendore, l'Olivetti aveva qualcosa come 60mila dipendenti. Un colosso e un gioiello, per qualcuno addirittura la Silicon valley italiana. Oggi quel marchio è il passato. Il presente lo raccontano, anche, le cartelle cliniche che riempiono ormai le scrivanie dei pm.

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