A volte per comprendere il significato di un messaggio devi parlare con il destinatario e ieri la sporca dozzina del Generale Vannacci ha capito appieno le parole di Giorgia Meloni. Laura Ravetto gli ha risposto dura nell’aula di Montecitorio, mentre il luogotenente Ziello ne ha tratto le conseguenze: «Sull’Ucraina la rottura è completa. La storia è finita. E non è detto che su quel tema anche i Cinque stelle non si sfilino dal campo largo. Almeno così dicono: non ci sarebbe nessun premio e la partita si giocherebbe tutta sul proporzionale».
Pazza idea per dirla alla Patty Pravo. Suggestione. Di certo c’è che sull’Ucraina la premier è stata chiara. Netta. Nessun infingimento sull’appoggio a Kiev, sull’idea che una pace non può essere una resa e sul giudizio negativo sull’intesa Trump-Putin sul gasolio. Tant’è che il suo intervento si è beccato il rimbrotto di Mosca ma ha strappato applausi anche dai banchi dell’opposizione: dai piddini Delrio, Sensi, Zampa, Verini fino a Paita di Italia Viva e Carlo Calenda. Appunto, da ieri è chiaro che la Meloni guarda a Calenda ed è lontana anni luce dal Generale: la seconda mozione sulla politica estera presentata ieri dal centro-destra al Senato serviva proprio ad agganciare Azione ma ha ottenuto solo un’astensione. «Giorgia parla bene - ha confidato Calenda - ma non bastano le parole: il decreto sulle armi all’Ucraina è fermo da un anno e dopo le elezioni di mid-term i russi faranno l’affondo finale».
Se a questo si aggiunge che ieri pomeriggio nella replica alla Camera i banchi della Lega erano vuoti e Salvini a Bruxelles esprimeva riserve sull’appoggio a Kiev, si capisce che la Meloni ha ricalibrato l’asse della sua politica estera: Calenda è un interlocutore, Salvini un passeggero e Vannacci un avversario. La premier ha invitato addirittura «i trasformisti» di Vannacci a dimettersi. Pure «l’afflato europeista», sia pure critico, è stato superiore rispetto al passato anche se come ha ironizzato Sensi «la premier è rimasta alla confederazione Europea cioè ai tempi del generale Custer» mentre Calenda ha rimarcato la contraddizione tra la richiesta di un inviato unico dell’Europa sulla crisi Ucraina e il «no» al superamento del diritto di veto.
La verità è che più le guerre in Ucraina e in Medio Oriente si fanno drammatiche, più intervengono sulla sicurezza, sull’economia, sulle dinamiche sociali, sul bilancio dello Stato, sulle campagne elettorali e più un argomento come la politica estera che entrambi gli schieramenti per non dividersi vorrebbero far uscire dalla porta, rientra dalla finestra. La rottura definitiva con Vannacci, con la sua politica filorussa, con un alleato destabilizzante, ne è la conseguenza. «Ma come possiamo legarci - si domanda il vicepresidente della Camera, Rampelli - con un traditore seriale? Ha tradito la divisa, la Nato, Salvini e quant’altri. Per usare il suo linguaggio è peggio di Badoglio. Le battute da caserma per noi appartengono ad un’altra era geologica».
Un confronto complicato condizionato dalla campagna elettorale. Un confronto sospeso tra il serio e il faceto. Vannacci rammenta a Renzi la sfida sportiva a nuoto e nella maratona del 17 ottobre. Renzi paragona il rapporto della Meloni con l’Europa alla scenetta di Gigi Proietti sull’avvocato e il cliente: i meriti sono solo suoi, mentre le colpe di Bruxelles (il linguaggio «colorato» dello sketch l’ex-premier lo ha usato solo in privato). Conte invece risponde piccato alla premier: «Dice che con la sua legge elettorale non sarei mai stato Premier ma se poi nessuno raggiunge la soglia del 42% per il premio di maggioranza». E qui si chiude il cerchio con Vannacci. Naturalmente i grillini sono sicuri che nel campo largo si arriverà ad un’intesa: «In gioco ci sono Palazzo Chigi e il Quirinale - osserva il consigliere del Principe, Alfonso Colucci -, la posta è troppo alta. Ci sono i presupposti per un accordo. Renzi ha già detto che non farà il ministro. E comunque n alternativa c’è il proporzionale». Un’alternativa che aleggia. Spiega Stefano Patuanelli, testa d’uovo grillina: «Il centro-destra ha un popolo. Nel campo largo ne abbiamo tre. Non è detto che si riesca ad unirli. Rischiamo di perdere voti decisivi. Per cui potremmo andare divisi per raccogliere più voti con l’obiettivo di impedire al centro-destra di prendere il premio e rincontrarci dopo il voto. Avremmo un sistema proporzionale». Lo stesso «credo» della sporca dozzina del Generale. Pure nella Seconda o Terza Repubblica le estreme si incontrano.
