C’è una strana geografia del coraggio che attraversa la sinistra italiana, una mappa tracciata al contrario dove le vittime diventano colpevoli e i carnefici, o i loro apologeti, finiscono sotto tutela istituzionale. Era successo un anno fa a Reggio Emilia, dove la memoria del 7 ottobre era stata ridotta da Francesca Albanese a un disturbo fastidioso che la «rappresentante» all’Onu (non la mia, ho molti vizi ma non il masochismo) aveva zittito con sufficienza, con quel riflesso pavloviano di chi scambia gli scudi umani per attivisti e la propaganda per verità.
Il paradosso si fa grottesco oggi a Modena. Qui, il sindaco della città rossa che impartisce lezioni di integrazione al Paese, si trova di fronte allo scoop del Giornale: i video in cui Salim El Koudri sputa veleno sull’Italia e progetta la sua jihad domestica. Cosa fa il sindaco? Si scusa per la falla nella sicurezza? Si interroga sul fallimento di un modello di accoglienza che ha nutrito il mostro in casa? Macché. Attacca il Giornale che ha svelato il fatto. L’accusa è di aver raccontato la realtà, una scocciatura che non deve turbare la narrazione dominante. E qui sta il problema della sinistra: non è cecità politica, è un patto scellerato siglato e consapevole. La sinistra ha offerto all’islam radicale una corazza che i Fratelli Musulmani non avrebbero nemmeno osato sperare: il burqa ideologico. Un velo sotto cui nascondere le contraddizioni, i fanatici che sfilano in piazza e il disprezzo per la nostra democrazia.
Il problema non è di chi, come noi, viene minacciato per aver fatto il proprio lavoro. Il problema è di un’Italia che ha smarrito la dignità, accettando di farsi imporre il silenzio pur di non vedere il pericolo. Scambiando la propria resa per il futuro.
