Beppe Sala, tu quoque. Ti abbiamo votato e così ci ripaghi? Non si aspettavano di trovare un muro a Palazzo Marino gli «irriducibili» del campo nomadi autorizzato di via Chiesa Rossa 351 a Milano, periferia sud, al centro delle cronache negli anni per furti, rapine, intimidazioni. Tra i casi più recenti: le aggressioni ai rider di passaggio. Anche il Comune di sinistra a fine 2024 ha dovuto alzare bandiera bianca e approvare una delibera che decretava lo sgombero e la chiusura del «Villaggio delle rose», legandolo a motivi di insicurezza, illegalità, espansione di capanne e villette oltre i limiti. Da allora decine di famiglie hanno accettato soluzioni alternative, dando comunque battaglia a suon di ricorsi (tutti persi) e una cinquantina di rom sono pronti a sfidare le forze dell’ordine. A fine agosto era già fissata la deadline, non è scattata un’azione di forza ma sarebbe imminente. E ieri gli «abitanti del Villaggio delle Rose», come si firmano, hanno scritto una lettera al sindaco, ricordando che «da Giuliano Pisapia in poi» hanno «preso un posizione politica chiara. Abbiamo scelto e votato a ogni elezione il centrosinistra perché lo credevamo più attento a rispettare le identità e le differenze. Abbiamo invitato e ospitato dibattiti politici nel nostro villaggio con figure come Cecilia Strada e Emanuele Fiano», eurodeputata ed ex deputato Pd, «oltre a candidati sindaci, consiglieri». Tutti volatilizzati. Dopo tanto attivismo in campagna elettorale si sarebbero aspettati un trattamento diverso. Avevano proposto formule come l’autogestione. E forse a sinistra questa volta avranno fatto un rapido calcolo: pesano di più i voti dei residenti che protestano da anni contro quell’oasi di illegalità, solo il centrodestra si è sempre battuto per lo sgombero, anche Matteo Salvini in passato visitò più volte il campo (invocando la famosa «ruspa»).
Si presentano nella lettera come «cittadini milanesi, arrivati negli anni ’60, rom di origini croate, 70 famiglie, 250 persone» anche se è rimasto a presidiare il campo appunto un gruppo di irriducibili. Ammettono, molto velatamente, che «ci sono stati problemi, anche gravi, ma le responsabilità individuali non possono diventare una condanna collettiva». E «disperdere le famiglie in diversi quartieri non risolve quei problemi ma ne crea altri più gravi, a parte la reazione ostile degli altri abitanti - arrivano gli zingari -, si rompono i legami familiari, perderemo la lingua».
Sinistra ingrata. «Abbiamo proposto un’alternativa concreta - tuonano -: una cooperativa di abitanti, la gestione diretta». Intanto «il Comune proponeva alle famiglie alloggi provvisori, molti hanno firmato per paura di finire in mezzo a una strada e comunque hanno mantenuto l’adesione alla coop». Niente da fare, avanti con lo sgombero. I rom si giocano pure la carta della «gravissima emergenza casa» a Milano, attualissima: «Perché - scrivono a Sala - destinare 70 alloggi Sat a famiglie che hanno già una casa regolare mentre tante altre aspettano un alloggio? Quale vantaggio ne ricava la città?». E suona quasi ironico un altro passaggio: «Signor sindaco, se fossimo tutti criminali è meglio tenerci in un posto controllabile o disperderci nelle periferie milanesi?». Chiedono quindi lo stop allo sgombero e un incontro. Prima delle prossime Comunali, ça va sans dire, per regolarsi meglio la prossima volta alle urne.
