Più paradossale di un manuale di sopravvivenza scritto da chi ha guidato la Folgore in condizioni estreme — dove il vero nemico non è la giungla, ma il dover sopravvivere alle bugie che la politica ti impone —, il programma di Vannacci è un involontario omaggio al radicalismo che dice di combattere. Tra l’utopia da bar dello sport di estromettere i gay dai luoghi pubblici — come se bastasse un decreto per cancellare la storia — e le crociate sull’aborto, il Generale è convinto di scrivere a destra.
Ma i «realisti della politica», quelli che chiamano pane il pane e vino il vino e non si fanno imbambolare dalla propaganda, sanno guardare oltre: queste non sono idee della destra novecentesca, sono i dogmi stantii dell’islamismo radicale che la sinistra woke difende con vigore. Vannacci ha redatto, con zelo, il manifesto della sinistra islamista: la stessa che in Francia e Inghilterra bussa alle istituzioni. Spacciandoli per «tradizione», il Generale anticipa i temi di chi vorrebbe governare fingendo che sia la destra a cavalcarli. Un capolavoro di confusione.
Oggi la destra reale, quella alla Trump, avrà pure i suoi eccessi, ma non professa l’oscurantismo teocratico che Vannacci mette nero su bianco. Che sia per smarrimento o spinto da burattinai del caos, il risultato è un perfetto manifesto radical-islamico. Il paradosso è servito: il Generale è, a sua insaputa, il Generale Rosso. Convinto di marciare verso un passato conservatore, si ritrova, suo malgrado, in prima fila al corteo della sinistra radicale di domani. Buon viaggio, Generale.
