Adesso che ha buttato il cuore oltre l’ostacolo, candidandosi a sindaco di Milano, a Mario Calabresi una qualità viene riconosciuta da quasi tutti quelli che l’hanno conosciuto da vicino in questi anni: «è uno che se la sa cavare anche in situazioni difficili», ed è ovvio che se davvero riuscirà a sbarcare a Palazzo Marino gli tornerà utile. Altro mondo, altre dinamiche. Ma nei suoi anni da giornalista Calabresi ha già dimostrato di sapersi districare in situazioni che ad altri avrebbero creato almeno imbarazzo. A partire dagli strascichi della tragedia che ha segnato la sua vita, l’assassinio da parte di Lotta Continua di suo padre Luigi, commissario di polizia, ucciso a sangue freddo sotto casa quando lui aveva solo due anni. Il delitto Calabresi è stata una pagina cruciale della storia degli anni di piombo. E quando «Marione» si è affacciato al mondo del giornalismo, sapeva di portarsi addosso il marchio del «figlio di». Ma ha saputo conviverci. Scoperto da Ezio Mauro, allora direttore di Repubblica, e nominato caporedattore centrale del quotidiano romano, Calabresi si è trovato in una situazione complicata: mettere in pagina gli articoli di Adriano Sofri, che allora era uno dei collaboratori più in vista di Repubblica ma è anche, per la giustizia italiana, il mandante dell’omicidio di suo padre. Fu Sofri, dicono i processi, a dare il «via libera» a Leonardo Marino, il militante che avrebbe guidato l’auto dell’esecuzione. Come si mette in pagina l’articolo di chi ti ha reso orfano? Calabresi, raccontano, se la cavò nel modo più ovvio: chiese di poter delegare l’incombenza a qualche collega.
Con l’ombra della tragedia che l’ha segnato, Calabresi ha scelto di confrontarsi anche scrivendo un libro sulla storia di suo padre, «Spingendo la notte più in là». Sfida complicata: il commissario Calabresi era stato accusato di avere defenestrato, durante un interrogatorio, l’anarchico Giuseppe Pinelli, raccontando poi che si era suicidato. Come raccontarla? Se avesse scritto che Pinelli si era davvero ucciso, Mario sarebbe stato subissato di critiche, anche dai lettori di Repubblica. Impensabile che accusasse il padre. Se la cava, anche lì, nel modo più semplice: dice che al momento del volo di Pinelli suo padre era uscito dalla stanza. La verità, e le eventuali colpe, sono affare dei sottoposti rimasti all’interno.
Non c’è da stupirsi, davanti a tanto accorto buonsenso, che Carlo De Benedetti pensi a lui quando nel 2016 si trova alle prese con la sostituzione del direttore Ezio Mauro. Calabresi si è fatto le ossa dirigendo La Stampa, si è dimostrato solido e affidabile. Arriva alla direzione di Repubblica dopo due colossi come Scalfari e Mauro, compito arduo. E oltretutto si trova a fare i conti con la crisi che investe il quotidiano. Tocca a lui andare in assemblea davanti ai redattori a annunciare la cassa integrazione. Lavoraccio. Anche lì Calabresi sa come uscirne brillantemente: «Dai, avrete più tempo per stare a casa con i vostri figli». Non tutti i giornalisti la presero bene. Ma già lì si capiva che sarebbe andato lontano.
