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Il patto di ferro tra la rossa Torino e i musulmani che tifano jihad

Il sindaco dem Lo Russo rinnova l’intesa con 26 comunità islamiche che lo Stato non riconosce. Alleanza con centri i cui membri esaltano il 7 ottobre. Il caso sollevato dal Giornale in Parlamento con Fdi

Una marcia dei 40mila

Una Torino sempre più a trazione islamica. Le istituzioni presenti agli eventi della comunità locale, il sindaco dem Stefano Lo Russo che non perde occasione per manifestare la propria vicinanza al mondo musulmano, i sedicenti centri culturali in cui compaiono imam improvvisati e che registrano una crescita costante. Un patto sancito anche da un documento siglato nel 2023 proprio da questa amministrazione torinese.

È il Patto di condivisione 20232026, sottoscritto dal sindaco con i rappresentanti di 26 comunità islamiche. Un accordo che affonda le radici nel 2016, quando il capoluogo piemontese fu il primo in Italia a dotarsi di uno strumento di collaborazione con le associazioni musulmane, e che nel 2023 è stato rinnovato per altri tre anni, coinvolgendo anche il Comune di Torino. Il documento, aggiornato nel giugno 2025, non si limita a richiamare la libertà religiosa che è ovviamente sancita anche dalla nostra Costituzione. Ma prevede un vero e proprio patto di ferro tra amministrazione e centri islamici che non hanno in alcun modo regolamentato il loro rapporto con lo Stato italiano. Non hanno siglato l’Intesa prevista proprio dalla Carta. Si fa riferimento a «rappresentanti» delle comunità, anche se nessuno di loro è un interlocutore riconosciuto agli occhi dello Stato.

Un documento in cui si affronta persino il tema dell’istruzione: «Da oltre 20 anni nelle scuole pubbliche è riconosciuta la possibilità di avvalersi di regimi alimentari specifici per gli alunni di fedi diverse. Inoltre sono tante le opportunità offerte alle scuole sul tema dell’educazione interculturale e del pluralismo religioso». Moschee descritte come un punto di ritrovo degne di essere esaltate: «Soprattutto nei quartieri e nei territori cittadini dove sono attivi i Centri Islamici sono numerose le occasioni di dialogo e confronto con le Istituzioni locali, le parrocchie, le scuole, i centri religiosi di altre comunità». Nel capoluogo piemontese è previsto un coordinamento permanente tra amministrazione e centri islamici, iniziative condivise, attività rivolte ai giovani e l’apertura delle moschee alla cittadinanza. Tra le organizzazioni coinvolte c’è la Moschea Taiba, il Centro culturale islamico Mohammed VI, il Centro Tohid, la Moschea Omar Ibn al Khattab e numerose associazioni in cui si prega nonostante la destinazione d’uso non sia quella di un luogo di culto. Moschee come quella di Via Saluzzo in cui spicca Mohamed Shahin, il predicatore ritenuto dal Viminale un esponente della Fratellanza musulmana, per cui era stato chiesto il rimpatrio in Egitto.

Tra i firmatari c’è anche Brahim Baya, fan dei missili iraniani, che ha elogiato la mente dell’attacco del 7 ottobre Yaya Sinwar. A chiedere chiarezza dopo la notizia de Il Giornale sul complesso islamico a Torino e su quello a Cuorgnè, che è pronto per l’inaugurazione, sono le deputate di Fratelli d’Italia Augusta Montaruli e Sara Kelany, che hanno presentato un’interrogazione parlamentare al ministro dell’Interno e al ministro dell’Economia: «La proliferazione di questi centri, spesso costituiti sotto la veste formale di associazioni culturali, si traduce di fatto nell’apertura di veri e propri luoghi di culto e di aggregazione rituale, sollevando delicate questioni circa il rispetto delle normative urbanistiche, della destinazione d’uso dei locali e della sicurezza pubblica».

E ribadiscono: «È fondamentale garantire che ogni struttura aperta al pubblico sul territorio nazionale operi nella totale e rigorosa legalità, rispettando non solo le norme edilizie, ma anche i massimi standard di tracciabilità economica per sventare qualsiasi rischio di riciclaggio o di infiltrazione di capitali non verificabili».

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