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La figuraccia

Il Pd a Pisa dà la caccia ai fascisti. Ma trova un cappotto termico

A Pisa scatta l’indignazione per le scritte “Sì fascia” e “No fascia”. Poi arriva la figuraccia: semplici indicazioni degli operai

Pisa

A Pisa il fascismo è tornato. O almeno così avevano pensato alcuni esponenti del Pd, prontissimi a lanciare l’allarme davanti a due scritte comparse sui muri della scuola primaria Carlo Collodi: “Sì fascia” e “No fascia”. Il tempo di evocare nostalgie nere, simboli inquietanti e minacce alla democrazia, prima di scoprire un dettaglio piuttosto imbarazzante: erano semplicemente indicazioni lasciate dagli operai impegnati nei lavori per il cappotto termico.

A partire lancia in resta era stato il vicepresidente del Consiglio regionale della Toscana – nonché possibile futuro candidato del campo largo alla carica di primo cittadino - Antonio Mazzeo, parlando di “scritte e simboli riconducibili all’immaginario fascista e nazista” e definendo l’accaduto “un gesto gravissimo e intollerabile”. Ancora più preoccupata la senatrice dem Ylenia Zambito, che aveva denunciato il ritorno dell’“oscuro passato fascista”, ricordando guerre, libertà soppresse e occupazione nazista. Tutto giusto, naturalmente. Tranne il fascismo.

La “fascia” incriminata era infatti quella del cantiere. Nessun nostalgico del Ventennio, nessuna squadraccia penetrata nottetempo nella scuola: soltanto muratori intenti a segnare dove intervenire durante i lavori. Un equivoco che racconta parecchio dell’infallibile radar antifascista di una certa sinistra: talmente sensibile da rilevare Mussolini persino nell’isolamento termico.

Il consigliere comunale Enrico Bruni ha poi cancellato il post e riconosciuto l’errore, senza però rinunciare all’ultima trincea: “Possiamo anche sorridere dell’equivoco, ma non liquidare con battute il clima nel quale è maturato”. Tradotto: questa volta non era fascismo, ma poteva esserlo. E comunque meglio restare vigili. Non sia mai che domani un idraulico scriva “DX” e “SX” su due tubazioni provocando una crisi istituzionale.

Sui social, inevitabilmente, è partita la festa. Lorenzo Vouk, vicecapogruppo di Pisa al Centro, ha chiesto: “Ah ma non è Lercio?”. Il consigliere di Fratelli d’Italia Maurizio Nerini è stato ancora più sintetico: “Vi ci vuole uno bravo davvero”. Francesco Niccolai ha invece ricordato la rapida sparizione dei post dopo la scoperta dell’equivoco. La battuta migliore resta probabilmente quella della consigliera meloniana Rachele Compare: “Non era tornato il fascismo: era tornato il cappotto”. Tagliente anche l’europarlamentare leghista Susanna Ceccardi: “Il PD, sempre pronto a gridare al fascismo per qualsiasi cosa, questa volta lo ha visto persino in un cantiere”.

E forse il punto è proprio questo. Quando per anni si cerca il fascismo ovunque, prima o poi capita di trovarlo anche dove non esiste. In una parola scritta da un operaio, in una freccia su un muro, persino nei lavori di ristrutturazione di una scuola. Il problema a quel punto non è più ciò che c’è scritto sul muro, ma ciò che qualcuno vuole ostinatamente leggerci.

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