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Il Pd riscopre l’antisemitismo solo per colpire Signorelli

Il dem Fornaro chiede la revoca dell’incarico al portavoce di Lollobrigida per delle vecchie chat. Ma dopo dimissioni, scuse e nessun rilievo penale, la sinistra pretende una condanna a vita

Paolo Signorelli si dimette: “Non voglio danneggiare il governo”

Il garantismo a sinistra continua a essere una faccenda piuttosto selettiva. Vale per gli amici, si invoca per i compagni, diventa improvvisamente un fastidioso dettaglio quando dall’altra parte c’è qualcuno da mettere alla gogna. L’ultimo bersaglio è Paolo Signorelli, tornato a guidare la comunicazione del ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida dopo le dimissioni del giugno 2024 legate alla diffusione di alcune chat private tra lui e Fabrizio Piscitelli – detto Diabolik – il capo ultras della Lazio ucciso nel 2019.

Federico Fornaro, componente dell’ufficio di presidenza del gruppo Pd alla Camera, non usa mezzi termini: “È vergognoso e intollerabile il reintegro di Signorelli come portavoce del ministro dell’Agricoltura”. E ancora: “Le gravi frasi antisemite che ha a suo tempo pronunciato non possono essere cancellate con l’alibi dell’irrilevanza penale o della polemica giornalistica”.

Fermiamoci qui. Quelle frasi erano gravi? Certamente. Erano sbagliate? Senza dubbio. Lo stesso Signorelli, due anni fa, non cercò scorciatoie: si dimise, definì quei messaggi “esecrabili e offensivi”, chiese scusa ed evidenziò di non riconoscersi più in quella fase della propria vita. Ma da questo a stabilire che un uomo debba essere espulso per sempre da qualsiasi incarico professionale ce ne passa. Soprattutto considerando un particolare che il Pd liquida curiosamente come un “alibi”: Signorelli non era indagato nell’inchiesta sulla morte di Piscitelli e quelle conversazioni furono considerate penalmente irrilevanti.

Per Fornaro, invece, non basta, non è sufficiente. “Chi pronuncia parole che richiamano una cultura intrisa di odio e antisemitismo non può rappresentare un’istituzione della Repubblica”, il suo j’accuse. Una sorta di interdizione perpetua stabilita per via politica: hai pronunciato determinate parole anni fa, hai chiesto scusa, ti sei dimesso, non hai commesso alcun reato, ma per il Pd la pena non finisce mai.

Fa poi un certo effetto assistere a questa improvvisa inflessibilità sull’antisemitismo proprio da quella parte politica che negli ultimi anni ha stretto legame con un universo pro-Pal nel quale la condanna di Hamas non è stata sempre limpida come avrebbe dovuto essere. Anzi. Nelle piazze, nelle università e in una certa galassia militante abbiamo assistito a una continua corsa a distinguere, contestualizzare, spiegare. Quando invece c’è di mezzo Signorelli, ogni sfumatura scompare e arriva immediatamente la patente di indegnità repubblicana. Gli ebrei, evidentemente, diventano una priorità assoluta quando possono essere utilizzati per colpire Fratelli d’Italia.

Il resto della nota-filippica completa il copione. Il governo Meloni, secondo Fornaro, dovrebbe smetterla di usare le istituzioni “come un ufficio di collocamento per vecchi sodali dell’area post missina”. E il ritorno di Signorelli sarebbe addirittura “un goffo tentativo di contrastare Vannacci con personale dello stesso impianto culturale”. Una ricostruzione suggestiva, peccato manchi qualsiasi elemento concreto per sostenerla.

Lollobrigida ha scelto di richiamare un professionista con cui aveva già lavorato. Signorelli ha pagato politicamente quelle vecchie conversazioni con le dimissioni, ha preso pubblicamente le distanze da quelle parole e non risulta gravato da alcuna vicenda giudiziaria collegata al caso che portò alla pubblicazione delle chat. Si può contestare la scelta del ministro, naturalmente. Trasformarla nell’ennesima emergenza democratica è un altro discorso.

Il Pd presenterà un’interrogazione e chiederà nuovamente la testa di Signorelli. Tutto legittimo. Ma la morale a corrente alternata rimane difficile da digerire. Perché l’antisemitismo è una cosa troppo seria per essere tirata fuori dal cassetto soltanto quando torna utile nella battaglia contro il governo.

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