La regola del partito più votato? Giuseppe Conte non ci sta. E mentre il centrosinistra prova ancora a capire come trasformare il campo largo in una coalizione vera, il leader del Movimento 5 Stelle pianta un altro paletto sulla strada che dovrebbe portare alle prossime elezioni politiche.
“Non possiamo accettare questa regola ed essere ridotti tutti a cespugli”, ha spiegato Conte a “L’Aria che tira” su La7, riferendosi all’ipotesi che la leadership giallorossa venga assegnata automaticamente al leader del partito che raccoglie più voti. Tradotto: il Pd potrà pure essere la forza maggiore della coalizione, ma Elly Schlein non può considerare Palazzo Chigi una conseguenza naturale dei rapporti di forza.
Il presidente del M5s riconosce come “perfettamente legittima” la pretesa della segretaria dem di aspirare alla candidatura, ma subito dopo alza il muro. Il paragone con il centrodestra, sostiene, non regge: lì la regola del partito più votato è il risultato di una coalizione consolidata da anni, mentre a sinistra l’alleanza nazionale sarebbe sostanzialmente al debutto. “Non possiamo noi, e penso gli altri partiti, accettare che ci sia questa regola che dovrebbe essere applicata per la prima volta”, la sua linea.
È un affondo che finisce inevitabilmente per investire anche le primarie. Perché se non vale il principio del partito più forte e contemporaneamente resta da stabilire chi, come e su quali basi dovrà guidare la coalizione, il percorso verso una candidatura unitaria si complica ulteriormente. Già ieri, a Genova, Conte aveva invitato il Pd a non pretendere che il proprio segretario rappresentasse automaticamente tutti gli alleati, rilanciando proprio le primarie come strumento di partecipazione.
Il paradosso è che il centrosinistra sta discutendo da settimane su chi debba guidare una coalizione che ancora deve definire cosa fare una volta arrivata al governo. Sì, perché il programma condiviso è ancora in costruzione e probabilmente non sarà definito prima di ottobre. E non si tratta soltanto di limare qualche dettaglio. Sulla politica estera le distanze sono già emerse con chiarezza: dall’Ucraina all’invio delle armi a Kiev, Pd, M5s e Avs continuano a mostrare sensibilità differenti, tanto che nelle scorse settimane proprio Conte aveva ipotizzato di portare alcuni dei nodi alle primarie, provocando la reazione dei dem.
Prima il leader, dunque. O forse prima il programma. Oppure prima le primarie. Nel campo largo l’ordine dei fattori resta tutto da stabilire. Conte, però, una cosa l’ha già chiarita: se qualcuno immaginava una coalizione raccolta ordinatamente alle spalle del Pd, dovrà rifare i conti.
