«Potete scavare quanto volete: non troverete mai qualcosa di illecito». Nelle oltre tre ore di audizione davanti alla Commissione parlamentare d’inchiesta sul Covid, Giuseppe Conte sceglie di giocare soprattutto una partita politica. Più che difendersi dalle contestazioni della maggioranza, l’ex presidente del Consiglio prova a trasformare quello che considera un processo politico in un’occasione per tornare a indossare l’abito del premier e recuperare quello standing, rivendicando le decisioni assunte durante la pandemia e presentandosi come il principale bersaglio della destra. Non è un caso che si sia definito il «nemico pubblico numero uno». La strategia è chiara: spostare il confronto dalla ricostruzione delle scelte del 2020 al terreno della legittimazione politica, sostenendo che la Commissione sia diventata uno strumento di regolamento dei conti contro chi ha guidato il Paese nell’emergenza sanitaria.
Conte riavvolge il nastro e recupera il tono e la postura istituzionale dei giorni di Palazzo Chigi. Più che il leader dell’opposizione, presenta come il presidente del Consiglio chiamato ancora una volta a spiegare decisioni difficili, rivendicandone la correttezza e la trasparenza.
Il problema, però, è che il Covid resta il capitolo più divisivo della sua biografia politica. Per una parte dell’opinione pubblica è il premier che ha affrontato la più grave emergenza sanitaria del dopoguerra; per un’altra continua a rappresentare il volto dei lockdown, dei Dpcm e delle restrizioni. Una memoria che mobilita sentimenti opposti e che difficilmente consente di allargare il consenso.
Ed è qui che emerge il vero nodo politico. Da mesi Conte cerca di costruire una nuova narrazione, centrata su salari, sanità pubblica, lavoro, disagio sociale e pacifismo. Temi con cui punta a consolidare il Movimento 5 Stelle e a parlare anche oltre il suo elettorato tradizionale. La Commissione, invece, lo riporta inevitabilmente nella fotografia del 2020, costringendolo a difendere il proprio passato mentre prova a costruire il futuro. Una condizione più scomoda anche nella competizione, sempre più evidente, con Elly Schlein. La segretaria del Pd può concentrarsi sulle proposte per domani; Conte continua a essere richiamato alle scelte di ieri. Anche per questo il sostegno dei democratici alla sua denuncia contro la Commissione è apparso finora prudente: alleati contro il governo, ma concorrenti nella corsa alla leadership dell’opposizione.
Naturalmente esiste anche uno scenario opposto. Se l’opinione pubblica dovesse percepire l’audizione come un accanimento politico, il leader pentastellato potrebbe uscirne rafforzato, trasformando il ruolo della vittima in una leva di consenso. È la scommessa che ha accompagnato tutta la sua deposizione: convincere che il centrodestra abbia scelto proprio lui come bersaglio perché lo considera il principale avversario. Ma la Commissione non è l’unico fronte aperto. Sullo sfondo resta il braccio di ferro con Beppe Grillo e l’incognita di un possibile ricorso sul simbolo, una variabile che continua a pesare. Il paradosso è tutto qui: mentre tenta di rilanciarsi come punto di riferimento del centrosinistra, Conte deve ancora fare i conti con il peso del proprio passato e con le incertezze sul futuro del suo partito.
