L’indagine di Ravenna sui falsi certificati ha fatto emergere “un contesto organizzativo ampio e ramificato attraverso una rete di medici che mettono in atto strategie al fine di contrastare l’associazione degli immigrati irregolari al Cpr”. Così scrive la pm di Ravenna Angela Scorza motivando le perquisizioni di 23 medici in tutta Italia nell’ambito dell’indagine per associazione a delinquere contestata a quattro professionisti della sanità. Al centro di tutto, tra gli elementi che vengono evidenziati, c’è la diffusione di una bozza di documento che veniva utilizzata in diversi ospedali come modulo standard di non idoneità. E questo, per chi indaga, dimostra un’organizzazione.
Ai medici vengono contestate numerose condotte, tra le quali la pianificazione di interventi propagandistici sui social, la promozione di incontri in rete per pianificare le modalità di realizzazione dei falsi. Ma anche una gestione strutturale tale da coinvolgere diverse realtà ospedaliere, la messa a disposizione di competenze legali a tutela “dei medici compiacenti”, ‘aiuto di avvocati per approntare i moduli e la messa in opera di una mappatura dei certificati, rilasciati su tutto il territorio nazionale. “Dobbiamo opporci tutti”, scriveva il 12 luglio 2025 una dottoressa operante negli ospedali di Forlì e Cesena nella chat del gruppo. “È un peccato”, scriveva ancora la stessa a un collega, “che non sei più qui, ma è bello sapere che siamo in più zone diverse e in connessione per seminare qualcosa in queste tristi ingiustizie”.
Era ipotizzabile fin da marzo che non fosse coinvolto solo l’ospedale di Ravenna in questa vicenda e, infatti, le perquisizioni sono state condotte in tutta Italia. Ma mentre la procura lavora per fare piena luce su un sistema che potrebbe aver lasciato a liberi centinaia di migranti in tutta Italia, forse anche di più, dall’altra parte la politica di sinistra e le organizzazioni fanno quadrato e si schierano con i medici, aggrappandosi al giuramento di Ippocrate.
