Ci sono dolori che la natura non aveva previsto. Un padre dovrebbe morire prima di un figlio. Dovrebbe essere il figlio, un giorno lontano, ad accompagnare il padre nell’ultimo viaggio, non un uomo di 84 anni a ritrovarsi davanti alla bara del ragazzo che ha messo al mondo.
Giorgio Musiani ha dovuto fare esattamente questo. Suo figlio Nicola è stato massacrato di botte nella notte tra il 18 e il 19 luglio nel parcheggio di Pinarella di Cervia. Un’aggressione di una ferocia tale che persino il gip ha parlato di violenza «animalesca». Nicola non è morto sul colpo. È rimasto quattro giorni aggrappato alla vita, mentre i medici tentavano di salvarlo. Poi il suo corpo ha ceduto e Nicola si è spento.
Provate soltanto per un momento a immaginare quel padre. Ottantaquattro anni. Un camper nel quale viveva insieme al figlio. Le proprie abitudini, i propri oggetti, un pezzo di terra che magari per gli altri è soltanto un parcheggio e che per lui è casa. Sicurezza. E all’improvviso il figlio non c’è più perché qualcuno ha deciso che una notte poteva essere riempita di pugni e di calci fino ad ammazzare un essere umano. Senza un motivo, per diletto.
Uno potrebbe pensare che sia abbastanza. Che esista persino per la disgrazia una misura oltre la quale il destino abbia il pudore di fermarsi. Invece, neppure un mese dopo, nello stesso piazzale, Giorgio viene aggredito a sua volta. Questa volta per una bicicletta.
Mi domando quanto possa valere una bicicletta per rendere accettabile nella mente di qualcuno picchiare un uomo di ottantaquattro anni. Qual è il prezzo al quale abbiamo stabilito che le ossa di un vecchio possano diventare merce sacrificabile? Perché qui non stiamo più parlando solo di criminalità, ma della perdita di ogni proporzione morale.
Esisteva un tempo, neppure così remoto, nel quale persino tra i delinquenti sopravvivevano alcuni codici elementari: i bambini non si toccano, i vecchi si rispettano, chi è più debole non si massacra. Non voglio idealizzare il passato, che aveva i suoi criminali e i suoi assassini. Ma oggi assistiamo troppo spesso a una violenza gratuita, impulsiva, esercitata per niente e contro chiunque. E Giorgio, dopo tutto questo, dice una cosa che mi ha colpito: non vuole andarsene. Dice di volere vivere e morire nel suo camper. In quel piazzale. Qualcuno potrebbe consigliargli di spostare
il camper, cercare un luogo più tranquillo. Sarebbe persino comprensibile. Ma lui non vuole. E io lo capisco, perché a ottantaquattro anni un uomo avrà pure il diritto di dire: questa è casa mia. Qui vivevo con mio figlio, ci sono le mie cose, qui ho trascorso le mie giornate. Perché dovrei andarmene?
C’è qualcosa di profondamente umiliante nell’idea che la soluzione alla violenza sia la fuga della vittima. Non può funzionare così. Non può essere l’anziano aggredito a dover arretrare. Non può essere il cittadino perbene a modificare la propria vita perché qualcun altro non riconosce le nostre regole.
Lo dico anche da coetaneo di Giorgio. Ho ottantatré anni e qualche mese fa sono stato aggredito uscendo di casa. Ho avuto la prontezza di reagire e difendermi. Ma so che cosa significa scoprire improvvisamente che persino mettere un piede sul marciapiede può essere pericoloso. A una certa età non dovrebbe essere così. Un anziano dovrebbe preoccuparsi delle proprie ginocchia, della pressione, delle medicine. Non dovrebbe domandarsi se tornando a casa qualcuno gli spaccherà la faccia per portargli via una bicicletta o un orologio. Eppure c’è ancora chi si irrita se pronunciamo la parola sicurezza. Peggio: se osserviamo che una quota della criminalità di strada coinvolge cittadini stranieri e giovani di origine immigrata, la discussione viene frequentemente interrotta con l’accusa rituale di razzismo. È un sistema comodissimo. Non risolve un solo problema, però impedisce di parlarne. Io invece intendo parlarne.
Per decenni ci è stato spiegato che qualunque critica alle politiche migratorie fosse moralmente sospetta. Si sono confuse due cose diverse: l’obbligo umano e giuridico di soccorrere chi ha diritto alla protezione e l’idea dissennata secondo cui una società possa assorbire flussi migratori senza preoccuparsi di controllo, legalità, integrazione, scuola, lavoro e rispetto delle regole. Ma l’accoglienza senza integrazione non è bontà. È irresponsabilità.
E quando lo Stato permette che crescano sacche di marginalità nelle quali adolescenti e giovanissimi vivono senza riferimenti, senza prospettive e talvolta senza neppure percepire l’autorità della legge, non sta facendo un favore né agli italiani né agli immigrati che lavorano, rispettano le regole e conducono una vita onesta. Anzi: questi ultimi sono i primi a essere danneggiati dalla retorica che impedisce
persino di nominare il problema. Perché non esiste responsabilità collettiva per nascita o provenienza. Esiste però la responsabilità individuale di chi delinque e quella politica di chi, davanti a fenomeni reali, preferisce voltarsi dall’altra parte.
Mi preoccupa in particolare vedere ragazzi sempre più giovani cercare nel branco ciò che non riescono a trovare altrove. Il gruppo diventa identità. L’aggressività diventa linguaggio. Il pugno, la lama, la sopraffazione diventano strumenti attraverso i quali dimostrare di esistere. E quando un sedicenne finisce dentro una vicenda di violenza estrema, la risposta non può essere soltanto: è minorenne. Proprio perché ha sedici anni dobbiamo domandarci come sia arrivato fin lì. Dove erano la famiglia, la scuola, i servizi, lo Stato? Chi avrebbe dovuto insegnargli che esistono limiti?
Per anni ci hanno raccontato l’immigrazione attraverso una formula semplicissima: fuggono dalla fame, dalla guerra e dalla violenza. E molti sono davvero fuggiti da condizioni terribili e qui hanno costruito onestamente la propria vita. Ma proprio per rispetto verso costoro dobbiamo poter dire anche l’altra cosa: chi viene accolto in Italia e risponde all’accoglienza con la violenza deve incontrare uno Stato inflessibile. Anche se minore. Anzi, soprattutto se minore. Deve essere corretto. Rieducato. Punito quindi. Non esiste trauma passato, marginalità sociale o difficoltà economica che conceda il diritto di massacrare qualcuno. Non è razzismo. È civiltà. Chiunque viva in questo Paese, italiano o straniero, deve rispettarne le leggi e le persone. Chi non lo fa deve risponderne con la massima severità.
Forse basterebbe la storia di Giorgio Musiani per capire quanto sia osceno continuare a trattare la sicurezza come un’ossessione ideologica di parte. La sicurezza non è di destra, è il diritto elementare di uscire di casa e avere una ragionevole certezza di tornarci interi. E a ottantaquattro anni non dovrebbe essere necessario essere coraggiosi per restare semplicemente a casa propria e non essere obbligati a trasferirsi a causa di chi da casa propria, ossia dal proprio Paese di origine, è scappato forse per cercare una vita migliore ma finendo troppo spesso per rendere la nostra peggiore.
