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La lezione di Montanelli nella nostra inchiesta sul Generale. Cosa direbbe su Vannacci

“Fate il gioco della sinistra”. Indro ci ha insegnato che contano solo le notizie

Il leader di Futuro Nazionale, Roberto Vannacci (S) affiancato da Massimiliano Simoni, risponde alle domande durante il punto stampa dopo il suo intervento all'assemblea costituente di FnV, Roma 13 giugno 2026. ANSA/FABIOFRUSTACI

Qualche lettore si è adirato per l’inchiesta su Roberto Vannacci. È comprensibile. Meno comprensibile sarebbe se, per non farlo irritare, decidessimo di non pubblicarla. Si è arrabbiato anche il grande generale, il quale, anziché prendere carta, penna e bonifici e spiegare ciò che nei conti non torna, ha preferito prendere la strada dell’avvocato. È un suo diritto, naturalmente. I legali esistono anche per questo. Il generale che ha costruito buona parte della propria fortuna pubblica sulla capacità di parlare, provocare, replicare e non sottrarsi alla battaglia dialettica, adesso davanti alle domande sui suoi conti, ha scelto una strada diversa: è corso dall’avvocato. Naturalmente ne aveva tutto il diritto. Colpisce però il contrasto. Tornando a noi, la domanda che ci viene rivolta è: perché Il Giornale, quotidiano liberale e moderato, pubblica un’inchiesta su un uomo che raccoglie consensi a destra? La risposta è semplice: proprio perché è un giornale liberale, che non significa essere indulgenti con quelli della propria parte e inflessibili con quelli dell’altra. Vuol dire riconoscere al lettore un diritto che viene prima delle nostre simpatie o antipatie: quello di conoscere i fatti e di giudicarli con la propria testa.

Il fondatore, Indro Montanelli, aveva idee precise e non faceva nulla per nasconderle. Non concepiva il giornale come la dependance di un partito. Perché una cosa è avere delle idee, un’altra ricevere ordini. Per questo abbiamo pubblicato l’inchiesta su Vannacci. Abbiamo documenti, nomi, cifre, date, associazioni, finanziamenti e storie. Li abbiamo messi in fila, confrontati, sovrapposti e fatto domande. Il generale può spiegare ogni cifra, nome o discrepanza. Può contestare la nostra ricostruzione e produrre altri documenti. E se abbiamo commesso errori, li correggeremo. Non sarebbe una sconfitta. È giornalismo.

Ci viene però detto che così facendo «facciamo il gioco della sinistra». È un’obiezione curiosa. Seguendola, i giornali di destra dovrebbero indagare soltanto la sinistra e quelli di sinistra soltanto la destra. Ognuno avrebbe i propri inquisitori e i propri intoccabili. Sapremmo già, prima ancora di comprare un quotidiano, chi sarà colpevole e chi innocente, chi merita una domanda e chi invece un rispettoso silenzio.

Non è giornalismo. Un quotidiano liberale è tale soprattutto quando rifiuta questo gioco. Non domanda a un documento se sia di destra o di sinistra. Domanda se sia vero. Non chiede a una notizia chi potrebbe avvantaggiarsene. Chiede se abbia interesse pubblico. Non misura la convenienza politica di un’inchiesta. Ne misura la fondatezza. Vannacci ha risposto pubblicamente parlando di sondaggi, fa bene, perché questi interessano chi deve conquistare voti. A noi allettano i documenti.

Ai lettori chiediamo di leggere ciò che abbiamo scritto, contestarci quando sbagliamo e pretendere precisione e correttezza. Anche arrabbiarsi con noi.

Montanelli aveva fondato il Giornale per una ragione molto semplice: essere di parte senza essere di nessuno. È una distinzione sottile. Ed è tutta la differenza che passa fra un quotidiano e un partito.

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