Prima hanno fatto la pentola, poi il coperchio. Ci sarebbe da ridere perché - come diceva Flaiano - la questione è grave ma non seria. Non è un giallo, ma la vicenda che vede protagonista Sigfrido Ranucci e il suo reintegro a Report si tinge di rosso, e non solo per la linea editoriale. La coincidenza - se di coincidenza si può parlare
- del magistrato incaricato, già noto per il caso Almasri, che avoca a sé l’udienza, stride. È un metodo, non un caso. Si specchiano, il conduttore e la toga: entrambi al centro di un gioco di ombre, entrambi sospettati di un’ambiguità che scavalca i fatti. Le toghe grigio nebbia si intrecciano con la trama mediatica di chi, in nome dell’inchiesta, finisce per trasformarsi in oggetto d’inchiesta. Entrambi - il cronista e il giudice - si ritrovano sul banco degli imputati di un’opinione pubblica che non cerca la verità, ma la casacca. Possiamo davvero credere in una sentenza che sa di già scritto?
