Il multilateralismo arretra da un ventennio.
La posta in gioco non è solo geopolitica, ma riguarda la capacità delle democrazie reali di sopravvivere garantendo la qualità della vitae della convivenza dei cittadini e il contributo che ciascuno è chiamato a dare al bene comune. Le istituzioni sovranazionali sono in crisi da tempo. Le cause si intrecciano: una rappresentanza che non riflette più l’ordine multipolare, il ritorno della tensione tra grandi potenze, il contraccolpo populista di fronte a una globalizzazione diseguale. Le responsabilità sono distribuite tra scelte di singoli governi e un’incapacità collettiva di riformare che dura da decenni. Il punto più delicato è il legame con la democrazia. Quando funzionano, le istituzioni globali spostano decisioni dal livello nazionale controllabile da elettori e parlamenti - a sedi tecnocratiche: è il classico deficit democratico. Ma quando entrano in crisi, il vuoto non torna ai parlamenti: lo occupano mercati finanziari e grandi potenze, ancora meno responsabili verso i cittadini. Non basta, di fronte a tutto questo, invocare astrattamente «più multilateralismo». Occorre un salto di qualità nel contributo di tutti che è la sussidiarietà, intesa come cultura che chiama in causa tutti. Anzitutto la politica.
Le istituzioni, a ogni livello- locale, nazionale, sovranazionale - devono investire non tanto in nuovi apparati, quanto in una capacità superiore di interpretare il bene comune, stabilire regole eque e verificabili, e creare le condizioni perché l’iniziativa di persone e corpi intermedi possa realizzarsi. L’interesse per il bene comune implica il ritorno alla politica come «arte del possibile» o, secondo l’allora cardinal Ratzinger, quale capacità di compromesso che è la vera morale dell’attività politica. «Uomini soli al comando», «democrature» o semplicemente istituzioni fragili sono spesso in realtà «cavalli di Troia» per imporre la legge del più forte attraverso un mercato globale neoliberista senza regole. Basti pensare alle guerre dei dazi, alle pretese su nuove terre (Groenlandia), all’uso delle guerre per accaparrarsi le materie prime, alle multinazionali lasciate libere di agire senza regole, al rilancio degli armamenti per sostenere l’economia, allo strapotere della finanza, alla distruzione sistematica dell’ambiente. È la storia degli ultimi 30 anni, di cui si parlerà anche al Meeting di Rimini. L’Ue potrebbe essere un esempio virtuoso se i suoi membri superassero il nazionalismo che li isola e li indebolisce e se decidessero di recuperare l’identità dell’Unione, nata per coltivare la democrazia.
