Le famiglie straziate dal dolore, le quattro bare avvolte nel tricolore, il senso del sacrificio supremo sull’altare della pace internazionale. La morte in Bosnia dei soldati italiani ha creato un momento collettivo di raccoglimento, culminato nella cerimonia funebre alla basilica romana di Santa Maria degli Angeli alla presenza delle massime cariche dello Stato. Non c’erano solo loro sui banchi della chiesa, ma anche la rappresentanza dell’opposizione. Da Schlein a Conte, da Fratoianni a Boschi. Forse è a loro che si è rivolto il ministro della Difesa Crosetto nel rivendicare con orgoglio «uno Stato unito senza divisioni». Un momento toccante da ricordare, ma soprattutto da perpetuare. In una democrazia ormai matura come l’Italia, dopo ottant’anni, esiste ancora un deficit di unità nazionale. Non scatta mai in automatico, ma è sempre legata alle convenienze elettorali o di giornata, per non parlare se a Palazzo Chigi opera un governo di centrodestra. Solo gli ultimi mesi sono stati caratterizzati da polemiche dove una parte politica, la sinistra, si è sempre schierata dalla parte degli avversari dell’Italia. Chi tresca con Putin, chi assolve gli ayatollah, chi sta con la Spagna di Sánchez quando si chiudono le frontiere, chi finge di dare solidarietà alla premier Meloni insultata da Trump solo per ricordarle che era un amico suo. Per non parlare dei dibattiti parlamentari sull’invio di armi all’Ucraina, dove l’opposizione è riuscita a prodursi addirittura in sei mozioni differenti. Sostenere la Nazione, nel bene e nel male, non significa avallare il governo di turno. Ma restare sempre uniti, anche nei momenti peggiori, in attesa di rialzarsi. Commovente l’abbraccio corale in chiesa ai caduti dell’Esercito. Che sia sempre così, anche se non ci sono morti da piangere.

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