Triste, solitario y final. Il fugace capolino di Mario Calabresi alla manifestazione Cgil alla Scala dura il tempo di concedersi qualche selfie, stringere non troppe mani e sparare vuoti proclami ai giornalisti che improvvisamente si sono accorti di lui, piccola fiammella di speranza nella sinistra in lutto dopo la sbornia woke, stordita dalla ferocia dei maranza che ha scioccamente coccolato. È il peggior momento per il suo debutto ufficiale da candidato sindaco a Milano, invano predica «unità nel centrosinistra». Attorno a lui ci sono facce da anni Settanta che canticchiano Bella Ciao, ci sono le pettorine Anpi e le insegne del sindacato rosso guidato da Luca Stanzione, che lo saluta appena.
All’armamentario post comunista Calabresi dovrà abituarsi in fretta, una fan gli mostra la maglia col faccione barbuto del suo rivale Pierrfrancesco Majorino, lui esibisce un sorriso di plastica e invoca un pennarello per correggere Majo in Mario, poi torna serio, quasi curiale, stretto in un mezzo trench blu scuro. Dalla piazza bagnata più dalla pioggia che dalla folla Calabresi si tiene a distanza, quasi a esibire la diffidenza di chi è costretto a corteggiare un nemico per qualche voto che non arriverà. L’odio rosso che ha ucciso suo padre più di 50 anni fa si respira ancora, si legge negli occhi con cui viene osservato, marcato stretto da due angeli custodi in borghese.
Chi si aspetta parole nette a difesa della polizia e contro i violenti rimane deluso, orfano di un linguaggio che sappia parlare a chi qui vorrebbe solo lavorare e vivere. Le sue lacrime di coccodrillo sulla Milano «che fa scappare chi non arriva a fine mese» si mescolano con la pioggia che picchietta a sprazzi, mentre i calabresi con la c minuscola questa città se la pappano indisturbati.
