L’avevo chiamato terrorista e, in risposta, mi hanno riservato le solite etichette: razzista, fascista, intollerante. Gli zeloti del politicamente corretto amano l’anestesia. Nel loro mondo, chiamare le cose con il proprio nome è lesa maestà, un disturbo alla quiete pubblica di una narrazione che vorrebbe tutto pacificato, anche quando il sangue scorre nelle strade.
Eppure, a Modena, la realtà non si è fatta anestetizzare. Il protagonista di questo dramma è un figlio della seconda generazione, che ha cercato nel fanatismo l’unica uscita di sicurezza da un’esistenza che non ha mantenuto le promesse.
Quando le favole della sinistra sull’integrazione universale si scontrano con l’asfalto, ecco che si palesa l’orizzonte di Allah, pronto a vendere un paradiso che la nostra società non è stata in grado di offrire.
Fausto Biloslavo, che ha imparato a leggere la geopolitica sui fronti di guerra, ci spiega sul Giornale di oggi che non siamo di fronte a un caso isolato. Ci racconta di un uomo che, tentato dalla secolarizzazione occidentale, ha preferito rifugiarsi nel suo medioevo interiore. Non è un lupo solitario, ma il soldato di un esercito costruito pazientemente nelle periferie, nelle istituzioni e nelle miserie di una cultura che dichiara
guerra alla nostra, utilizzando la religione come arma di radicalizzazione di massa.
Continueranno a insultare chi ha il coraggio di guardare la luna anziché il dito che la indica. Ma la verità è un peso che non si lascia silenziare. A Modena, è stata falciata anche la nostra presunzione di invulnerabilità. Davanti alla morte e al fanatismo, il cinismo di chi nega l’evidenza non è più solo ipocrisia: è un lusso che non possiamo più permetterci.
