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La Salis non paga neppure le spese. Pignorato il conto

La “compagna” Ilaria non ha ancora versato il risarcimento da 300mila euro ai due collaboratori licenziati

Caccia i collaboratori senza giusta causa, poi risulta introvabile dove ha la residenza. Stangata da 310mila euro per Ilaria Salis

Prima licenzia, senza preavviso e senza giusta causa, due assistenti parlamentari che aveva assunto appena un anno fa: e viene condannata a risarcirli. Adesso Ilaria Salis, eurodeputata di Avs, ne combina un’altra: cerca di non pagare il risarcimento ai due, perde la causa, viene condannata a risarcire le spese legali. Non paga neanche quelle. Risultato: gli avvocati degli ex dipendenti hanno fatto scattare il pignoramento «presso terzi» dei beni della Salis. Significa che a venire pignorato sarà il conto corrente bancario intestato alla combattiva ex militante dei centri sociali, il conto dove approda anche lo stipendio da eurodeputata. Pochi spiccioli, circa 7mila euro: briciole, a confronto dell’emolumento che Ilaria percepisce dal parlamento di Strasburgo. Ma la compagna Salis, la stessa che ha sempre detto «rispetto le decisioni della magistratura italiana», stavolta non le ha rispettate affatto. E così la pratica è finita agli ufficiali giudiziari.

Il processo principale, quello intentato contro l’eurodeputata dai suoi ex collaboratori Valentina Dadda e Francois Gelmetti, intanto va avanti per la sua strada. In primo grado la Salis ha ricevuto una batosta: 150mila euro da risarcire a ciascuno

dei due licenziati, ovvero la cifra che avrebbero percepito se fossero rimasti al suo servizio, come da accordi, fino alla fine del mandato parlamentare. D’altronde le motivazioni nelle lettere di licenziamento erano quasi surreali, compreso il ritardo dei due nel rispondere alle mail. La Salis ha fatto appello, sostenendo di non avere mai saputo della causa intentata contro di lei, nonostante gli atti le fossero stati notificati nella sua residenza milanese. In una intervista la «compagna Ilaria» ha cercato di giustificarsi dicendone di tutti i colori sui due, e proclamandosi fiduciosa sull’esito del giudizio d’appello. Era saltato, dice in sostanza, il rapporto di fiducia indispensabile per lavorare insieme: «ormai non ci parlavamo neanche più».

L’’appello è fissato per il mese prossimo. Ma intanto la Salis non è rimasta con le mani in mano: prima dell’estate ha avviato due procedimenti civili per bloccare l’esecuzione della sentenza e gli atti di precetto con cui i due ex potevano andare all’incasso. L’udienza si è tenuta (strano ma vero) in agosto, e all’euronorevole non è andata benissimo: respinte entrambe le richieste e condanna a risarcire le spese legali. Non dovrebbe essere una spesa insostenibile, visto che solo di stipendio (senza contare le indennità

varie) incassa quasi 9mila euro al mese. Invece niente da fare. Ilaria non paga. E viene da chiedersi come farà, se non riesce a scucire questa inezia, a pagare - se dovesse andarle male anche l’appello per il processo principale - i 300mila euro complessivi alla Dadda e a Gelmetti. Per adesso il pagamento del megarisarcimento è sospeso, su richiesta della Salis, e la decisione definitiva arriverà insieme alla sentenza di ottobre. È un appuntamento, nonostante la sicurezza ostentata dalla esponente dei verdi-sinistra, dall’esito tutt’altro che scontato, perché i punti oscuri della vicenda sono tanti. A partire dai criteri con cui la Salis ha scelto e nominato i due assistenti, i cui meriti professionali pare fossero solo avere partecipato alla mobilitazione in suo favore quando era detenuta in Ungheria, al loro inquadramento contrattuale: anziché assumerli a tempi determinato, come è prassi, li aveva inquadrati come co.co.co , il trucco dietro il quale - secondo Salis e compagni - si nasconde il più bieco sfruttamento padronale.

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