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La zona rossa e il virus della sinistra

C’è da chiedersi se questo immobilismo politico sia solo tattica o “la speranza è una forma di disordine mentale” che affligge chi, pur di non fare i conti con la realtà, preferisce infettarsi con le proprie illusioni

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Dopo anni di zona rossa, l’ex ministro Roberto Speranza torna a spiegarci come si trattano gli italiani. Con le balle, come sempre, perché il virus della sinistra non è mutato. Abituata a governare per sconfitta, è diventata allergica a un popolo che, dal 1994, chiede solo quello che sarebbe logico e cioè di indicare un leader, fosse Prodi, Berlusconi o Meloni. I tre soli premier davvero scelti dalle urne.

Eppure, per Speranza basterebbe indicare sulla tessera un neopatentato o uno da «zona rossa», un partigiano ad esempio, purché faccia il verso agli anarchici che hanno ridotto la Costituzione a un Corano prêt-à-porter. Non c’è da stupirsi: il Pd il suo leader ce l’ha, è Elly Schlein. Le primarie dem le ha vinte lei. Il punto è che il Pd non era attrezzato a una vittoria vera, non pilotata dal politburo, e l’ascesa di Elly ha mandato in corto circuito il sistema. Si è rovesciata persino la massima di Berlusconi: la sinistra vince solo quando se le canta da sola? Falso. Se fosse vera, oggi al Nazareno siederebbe Bonaccini. Insomma, è l’abitudine al «governare perdendo» che ha trasformato il Pd in un mero movimento anti-Meloni: senza una destra al potere, non saprebbero nemmeno di che parlare. C’è da chiedersi, allora, se questo immobilismo politico sia solo tattica o, come scriveva Cioran, «la speranza è una forma di disordine mentale» che affligge chi, pur di non fare i conti con la realtà, preferisce infettarsi con le proprie illusioni. La zona rossa non è finita, insomma, è solo cambiata la sede: ora è il loro fortino, e ci stanno chiudendo dentro tutto il Paese.

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