Emma Bonino ha meritato il funerale che ha avuto per almeno tre ragioni, posto che manca solo che ci si metta a giudicare le persone dai loro funerali. La prima. È bello veder riuniti più italiani e soprattutto più politici di quanti ne avessero raccolti le sue battaglie. In Campidoglio c’era l’arco costituzionale, consensi che difficilmente lei avrebbe ottenuto con una battaglia radicale. «Nemo propheta in patria» salvo al cimitero, sappiamo, meglio però una gratitudine tardiva di un’ingratitudine perpetua. Era accaduto con Pannella: a Montecitorio migliaia di persone e mezzo Parlamento, poi funerale laico a piazza Navona con militanti, musica e compagni di lotta. Pannella ebbe un addio più movimentista e popolare, Bonino più solenne e mainstream. Lo Stato andò a salutare lui, per lei lo Stato ha organizzato tutto.
Seconda ragione: l’Italia ha avuto bisogno di Bonino e ancor più di Pannella per avere delle leggi normali che però costrinsero entrambi a violare le leggi precedenti per farle giudicare. È quello che Marco Cappato sta facendo da anni col finevita. Bonino finì in carcere: tre anni dopo arrivò la legge 194. Arresti e sconfitte radicali hanno accompagnato conquiste oggi considerate ovvie, non stiamo a elencarle: tutti raccolti quasi mai goduti da chi li ha seminati. Terza ragione: Emma Bonino è finita per piacere quasi a tutti anche perché alla fine è passata attraverso quasi tutti. Berlusconi la volle commissaria europea, Prodi e Letta la fecero ministra, il Papa la omaggiò. Nel 2014 partecipò persino alla celebrazione del Concordato tra Stato e Chiesa contro cui i radicali aveva promosso referendum interi: dalla contestazione del Palazzo alla familiarità coi suoi saloni. Anche questo la divise da Pannella, che disse: «Emma lavora molto, ma mai con noi». Lui rimase irriducibile, lei divenne una radicale presentabile che il sistema poteva celebrare come è successo ieri. Emma Bonino ha cambiato un’Italia che, strada facendo, ha cambiato un po’ anche lei. Poteva piacere di più, poteva piacere di meno.
