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L'avevano fatto fuori, ma per i giudici Sgarbi è innocente

Assolto per il caso delle conferenze. E lui: “Sono felice che la verità si sia affermata”

Sgarbi torna al Salone del Libro: "L'arte è libertà davanti ai conflitti"

Un’altra assoluzione per Vittorio Sgarbi. Una decisione che pesa soprattutto alla luce di ciò che accadde quando il caso esplose. La Corte dei Conti ha respinto la richiesta della Procura contabile che chiedeva al critico d’arte di risarcire oltre 200 mila euro al ministero della Cultura per le 121 prestazioni professionali svolte mentre era sottosegretario.

È la stessa vicenda che contribuì alle dimissioni di Sgarbi dal governo. Nel febbraio 2024, travolto dalle polemiche per le attività extra-istituzionali e per i compensi percepiti durante il mandato, il critico d’arte lasciò l’incarico. Ora, però, la magistratura contabile mette nero su bianco che non è stato dimostrato alcun danno per lo Stato.

Secondo i giudici, nelle conferenze e negli interventi contestati Sgarbi si sarebbe occupato di storia antica, materia estranea alle deleghe ricevute al ministero. In quelle occasioni avrebbe inoltre esercitato «diritti e libertà fondamentali protette dalla Costituzione o dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo». La Corte ha quindi escluso il danno erariale e disposto che il ministero versi a Sgarbi 3.500 euro per le spese sostenute nel giudizio.

La Procura contabile aveva contestato il rapporto tra la funzione pubblica e le prestazioni professionali svolte parallelamente. Agli atti erano finite fatture e contratti con enti pubblici e privati. Secondo l’accusa, quelle attività sarebbero state incompatibili con il ruolo di governo e avrebbero interferito con l’imparzialità e l’efficienza della funzione.

La tesi, però, non ha retto. Nella sentenza si sottolinea che non è stato provato alcun comportamento illecito «produttivo di danno erariale». La Procura non avrebbe neppure dimostrato che Sgarbi fosse consapevole che la propria attività potesse ostacolare i compiti istituzionali o rendere indebita la percezione dell’indennità da sottosegretario.

Anzi, la Corte evidenzia che Sgarbi avrebbe documentato di aver svolto, nello stesso periodo, «un numero rilevantissimo di attività pubbliche connesse alla carica», circostanza non smentita dall’accusa.

Per Sgarbi si tratta dunque di un’altra decisione favorevole dopo le polemiche e dopo aver già pagato sul piano politico con le dimissioni dal governo. «Sono felice che la verità si sia affermata. Da qualche parte c’è un giudice che vede le cose come sono», la sua soddisfazione dopo la sentenza.

Le contestazioni avevano prodotto conseguenze immediate, la decisione dei giudici racconta invece che il danno contestato non è stato dimostrato. E restituisce un quadro molto diverso da quello che accompagnò l’uscita di scena dell’allora sottosegretario.

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