Leggi il settimanale
Aggiornato alle ore 12:12
Interni

Le minacce di Youssef a Meloni e Salvini. E quel grido “Allah Akbar” il 7 ottobre

Il trentenne Siher, marocchino naturalizzato italiano, è un esponente del gruppo oltranzista dei Giovani palestinesi italiani

Youssef Siher

C’è la mano dell’Islam dietro i nuovi disordini. Una mano che porta con sé anche il nome di una sigla: Gpi. Sono i Giovani Palestinesi italiani, il gruppo vicino a Mohammad Hannoun, in carcere per terrorismo dal dicembre dello scorso anno. Hanno inneggiato al 7 ottobre, hanno tentato di rendere la violenza una normalità e in diversi ieri sono stati perquisiti.Il legame tra la violenza e l’islam radicale si fa sempre più tangibile. Un loro esponente è stato identificato come mente del Movimento 17 Ottobre che ha fomentato le devastazioni dello scorso weekend. Si tratta di Youssef Siher, marocchino di seconda generazione, che è intervenuto più volte come rappresentante dei Gpi in consessi nazionali antagonisti, oltre a partecipare attivamente al movimento. Un profilo nuovo al grande pubblico, che si è mosso spesso dietro le quinte, pur essendo un personaggio influente nell’ambiente pro Pal, motivo per cui gli investigatori e il procuratore di Milano Marcello Viola, che segue il caso con la pm Francesca Crupi, stanno passando al setaccio la sua cerchia. Nell’ambiente milanese era noto, tanto da aver organizzato il primo iftar (la festa islamica che interrompe il digiuno del Ramadan), per aver fondato nel 2020 la SUM (Studenti universitari Musulmani) alla Statale di Milano e con la sua organizzazione «Alba nascente» era sotto osservazione da due anni per diffusione di contenuti propagandistici riconducibili ad Hamas. Ma il suo profilo racconta anche esperienze internazionali, con vicinanze al mondo iraniano. A testimoniarlo è la sua rubrica su Al Mayadeen, network con sede a Beirut, vicino ad Hezbollah e al precedente governo siriano (all’epoca di Bashar al-Assad). Dietro le violenze di piazza, in Italia.come in Europa, c’è quindi l’ideologia islamista. E il caso di Siher è forse l’espressione massima di questo asse, Esponente della cultura radical-chic nella sua accezione più pura, nonostante la sua comunicazione, social e non solo, fosse estremamente cristallina, con l’inno ripetuto in più occasioni all’intifada, definendo il 7 ottobre come «un momento di spartiacque, il primo raggio dell’alba di una nuova era. È il prologo della fine del sionismo e, con esso, l’ultimo capitolo dell’era coloniale occidentale». Scriveva così nel 2024, in un articolo dal titolo «Student Intifada: la quinta colonna della Resistenza palestinese». Lo stesso giorno a Matteo Salvini, che esprimeva solidarietà a Israele per il pogrom di Hamas, Siher rispondeva «Allahu Akbar», mentre nel 2025, pubblicava una foto degli scontri in Stazione a Milano, con protagonisti i poliziotti: «Arriverà il giorno in cui romperemo quel muro di vetro dietro il quale vi nascondete». E, pubblicando sui social un articolo sull’astensione dell’Italia al voto Onu sul cessate il fuoco a Gaza nel 2024, metteva una foto della Premier con una minaccia: «Giorgia Meloni, noi non dimentichiamo, noi non perdoniamo». L’uomo dietro i saccheggi e gli assalti delle città, che dai social il giorno dell’assalto citava la risoluzione GA 37/43/1982, che riconosce «la legittimità della lotta dei popoli per l’indipendenza compresa la lotta armata». Sul suo profilo Instagram, Siher ha utilizzato l’immagine stilizzata di Yaya Sinwar, leader del gruppo terroristico di Hamas, e nel suo profilo Substack aveva come sfondo il colore verde, rappresentativo di Hamas.

Commenti