Quando nel 1861 prese forma il Regno d’Italia la proposta più coraggiosa fu formulata da Marco Minghetti. Il politico della Destra Storica era consapevole che una società al suo interno tanto differenziata (per storia e culture) non avrebbe potuto trovarsi a proprio agio entro un modello centralistico di tipo francese. Purtroppo il progetto autonomista di Minghetti fu rifiutato, perché prevalse la paura dell’instabilità. E l’Italia nacque giacobina. Nei decenni successivi non sono mancate richieste di autogoverno, ma sono sempre state accantonate. Se ora si è arrivati all’autonomia differenziata lo si deve soprattutto alle richieste del Nord e non a caso l’accordo Governo-Regioni riguarda quattro realtà settentrionali. Sono Lombardia, Veneto, Piemonte e Liguria ad avere intrapreso il percorso, mentre altri (si pensi all’Emilia-Romagna) non sono della partita solo perché la classe politica locale ha anteposto le logiche di schieramento agli interessi della popolazione.
Da anni si discute, anche molto animatamente, di avvalersi del Titolo Quinto della Costituzione e in tale dibattito, spesso dominato da slogan, una voce particolarmente interessante è quella del giurista Andrea Giovanardi, che ha sottolineato come la scommessa dell’autonomia risieda nella trasparenza dei costi e nel superamento definitivo del criterio della spesa storica, autentica piaga del bilancio pubblico. Entro il sistema attuale, chi spreca è premiato dallo Stato, mentre chi amministra meglio non ne trae vantaggi. Giovanardi è ben consapevole come l’autonomia differenziata non sia in grado di cambiare più di tanto le cose, ma insiste sul fatto che si tratta di un passo (per quanto timido) verso riforme strutturali indispensabili. In prospettiva, se in futuro l’amministratore regionale dovrà rispondere ai propri elettori dell’uso del denaro raccolto sul territorio, il margine per lo spreco e l’inefficienza si ridurrà. Le novità che stanno per prendere forma non devono allora essere viste con diffidenza dal Mezzogiorno, ma vanno accolte come un’opportunità. Il modello presente ha fallito, lasciando il Sud intrappolato in ritardi infrastrutturali. Un’autonomia responsabilizzante può offrire alle classi dirigenti meridionali la possibilità di affrancarsi da un paternalismo statale inconcludente e valorizzare le proprie risorse.
Dietro a questo primo passo ci sono decenni di battaglie autonomiste, combattute soprattutto al Nord; e ci sono anche referendum che in qualche caso (si pensi al Veneto) ebbero esiti plebiscitari. D’altro canto non ci può essere un futuro per l’economia italiana se le aree più dinamiche vedono scomparire una parte rilevante di quanto producono, come i dati sul residuo fiscale evidenziano. Ogni territorio deve poter esprimersi al meglio. Riattualizzare la lezione di Minghetti non significa allora tornare indietro, ma invece comprendere che libertà e responsabilità procedono assieme e che nessuna finzione giuridica potrò rendere identico ciò che, nei fatti, non lo è.
