Le piazze proPal sono silenti dopo l’arresto di Mohammad Hannoun e dei suoi sodali avvenuto il 27 dicembre dello scorso anno. All’inizio il tentativo di creare caos è stato messo in atto tramite una polemica per quella che loro definiscono una strategia dell’entità sionista. Sarebbe stato Israele a far partire la «macchina della delegittimazione», quella che loro definiscono l’entità genocida. A tentare di prendere le redini della propaganda è stato in prima battuta il figlio di Hannoun, Mahmoud, che ha raccolto il testimone del padre leggendo in piazza le lettere che lui mandava dal carcere o tentando di aizzare la folla per «proteggere» i prigionieri dalle grinfie delle carceri italiane.Ma in un secondo momento a farsi largo è stato il giovane Ahmed, fedelissimo di Hannoun, che ha promesso dal palco, tre mesi fa, di voler portare a termine la lotta messa in piedi da chi oggi è in carcere. E Falestine Dawoud, la figlia di Raed, uno dei quattro che si trovano in cella in quanto gestore della filiale milanese del business di Hannoun. Se prima le associazioni erano più di una (la raccolta dei fondi avveniva principalmente tramite l’Abspp), ora è rimasta l’Api, associazione dei palestinesi italiani, tramite cui vengono indetti i consueti cortei «per Gaza». Ma la partecipazione è diminuita, chi si avvicina a quel mondo sa di finire immediatamente sotto la lente degli inquirenti.Per questo, ora le saldature stanno maturando anche con i centri sociali come il CSA Vittoria di Milano, e si stanno estendendo a quella sinistra extraparlamentare che in un primo momento era stata solo lambita.Ne è un esempio l’ultimo corteo a cui hanno aderito: «La voce dei lavoratori non si licenzia». E l’Api sottolinea che «il consueto corteo palestinese confluisce nella manifestazione contro licenziamenti, sfruttamento e precarietà. Uniamo le nostre lotte e invitiamo la comunità palestinese e tutte le comunità solidali a partecipare». Prima le piazze per Gaza, poi la protesta per la tregua, e ancora il tentativo di ribellione dopo gli arresti.Ora senza l’uomo al comando, che sapeva benissimo come toccare le corde dei cittadini, si cerca di non perdere il bacino su cui faticosamente Hannoun (e di conseguenza Hamas grazie all’invio di denaro) aveva costruito un impero che recita 18 milioni di euro. Milioni raccolti anche grazie a quelle piazze, in cui si vendevano magliette con scritto «Palestina libera dal fiume fino al mare», in cui si organizzavano pullman da pagare rigorosamente in contanti, in cui si dirottavano i fedeli verso le moschee in cui versare la Zakat (l’elemosina islamica). Le stesse moschee in cui si sceglieva il predicatore popolare da far venire per raccogliere il maggior numero di proventi. Ma ora i leader di questa operazione sono in cella. E chi è rimasto fuori ha certamente meno potere.

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