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Le scuole abusive dei cinesi a Prato. Punte del 78% di stranieri in aula

Nella città toscana si diffondono i centri dove studiare il mandarino. Il tasso di abbandono all’11%

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Una quindicina di cinesi o più, due o tre italiani. È la fotografia della maggior parte delle classi a Prato. E trecento minori residenti in città non sono neppure iscritti a scuola. Qui, nella «città del tessuto» o «degli stracci», il tetto del 30% per gli studenti stranieri è ossigeno sociale. Si lamenta il sindaco Matteo Biffoni, un po’ come Beppe Sala a Milano, che paventa persino qualche chiusura. L’istituto Mascagni, due anni fa, si presentava così: 81% di stranieri nella scuola dell’infanzia, 75% alla primaria, 78% alle medie. In provincia il quadro non cambia: il 42.9% degli istituti supera il 30% degli studenti con cittadinanza straniera. Sì, dipende dal Macrolotto Zero, via Pistoiese e tutto il resto, quella che le cronache chiamano «China Town». Ma la popolazione continua a crescere. E la comunità islamica, con pakistani e bengalesi, contribuisce al fenomeno. Qui nel «distretto parallelo» di Pechino, lo Stato fatica a raggiungere i minori, mentre l’obbligo scolastico è una chimera. Quando la scuola funziona, le cose non sono semplici: «I pochi italiani presenti nelle sezioni si annoiano. Al quarto anno siamo ancora all’alfabeto. Gli italiani nelle classi leggono i libricini e le insegnanti ripetono l’a, b, c». Dania Melani è un consigliere comunale di Fdi ma di mestiere fa la docente: «Tanti bimbi non italofoni, in quinta elementare, non arrivano neppure all’A2, il livello base. La misura del governo è ben fatta, il centrodestra sta difendendo la scuola pubblica». A Prato c’è qualcosa che va al di là del privato e del pubblico: sono le scuole delle associazioni culturali cinesi, dove gli studenti si rifugiano nel fine settimana, quando i genitori continuano a lavorare. Dietro l’insegna dei circoli, Procura e forze dell’ordine scoprono spesso attività educative senza autorizzazione: due asili sono stati sequestrati nel 2019, un altro nel 2024, l’ultimo nel 2026. La comunità cinese è chiusa. Le famiglie vogliono che i figli imparino una lingua ma quella è il mandarino. Anche perché, com’è successo durante il Covid nel 2021, parecchi bimbi sono destinati a formarsi nella Repubblica popolare cinese (e magari a tornare in Italia). Prato, poi, è tra le città con il più alto livello di dispersione e abbandono scolastico: l’Istat registra un indicatore dell’11%. Prima della cittadina toscana, c’è solo Olbia. «Il ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara sarà presto qui», ci racconta Claudiu Stanasel, combattivo consigliere comunale leghista. «In un caso, quello di via Busoni, la struttura coinvolgeva 700 studenti. Un fenomeno che ha radici profonde e che non può essere ignorato o coperto tramite omertà e silenzi». Per il Carroccio è il sindaco Matteo Biffoni, piddino riformista, a dover spiegare come mai esistano sacche «così rilevanti di minori» fuori dal sistema scolastico. L’ex parlamentare di Fdi Chiara La Porta, che ha scelto di tornare sul territorio con l’elezione a consigliere regionale, lo dice senza mezzi termini: «Oggi il sindaco Biffoni grida allo scandalo per il tetto. Un finto integrazionismo che non ha mai aiutato nessuno: ha creato classi ghetto, dove la didattica è paralizzata, danneggiando sia i figli dei pratesi sia i bambini stranieri». La sinistra sostiene che quella del governo Meloni sia propaganda. A Prato, dove fare lezione è diventato impossibile, la propaganda è raccontare che vada tutto bene.

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